EROSIONE DI LIBERTA': FRA CPT CONTROLLO SOCIALE E RESISTENZE.

Sabato 22 marzo alle ore 17,00 Emilio Quadrelli sarà ospite al laboratorio S.c.o.s.s.a. di via Carteria per presentare il suo libro “EVASIONI E RIVOLTE - migranti, cpt e resistenze”. Un dibattito per discutere su uno dei maggiori punti neri della nostra società, la questione migrante, mai come ora così attuale nella nostra città (pensiamo ai due suicidi avvenuti lo scorso ottobre nel CPT di via Lamarmora e alle successive rivolte all'interno di questa struttura che si sono susseguite fino ad oggi in maniera piuttosto costante), ma anche per riflettere su un più ampio scenario, quello che vede l'apertura di un fronte interno ai nostri territori della guerra permanente in atto. Ma perché parlare di CPT in una città che dopo il clamore mediatico durato solo i pochi giorni successivi ai fatti drammatici dello scorso ottobre, si è voltata dall'altra parte e ha dimenticato? La struttura dei CPT è solo e semplicemente un anello di una catena molto lunga che fa del controllo sociale e dello sfruttamento la sua prerogativa , e dei migranti le vittime più facili. Nonostante ciò la drammaticità della loro condizione è sempre più ignorata e la dimensione concreta in cui tali esistenze si trovano difficilmente può trovare spazi e legittimità nelle questioni politiche dei nostri mondi, impegnati solo a capire come accumulare più denaro piuttosto che interessati a occuparsi dei bisogni di tutti, anche dei più deboli. In questo modo il divario che si crea è troppo grande e così accade che si provi dispiacere o indignazione nel vedere alla televisione persone che affrontano viaggi assurdi ed estremamente rischiosi su barconi per scappare dal loro paese in cerca di qualcosa di migliore, oppure nell'osservare uomini, donne e soprattutto bambini distrutti dalle aggressioni imperialiste che invadono sempre più territori; ma non appena queste persone si fanno sentire, in un modo o nell'altro, dalle lotte nei CPT alle azioni di guerriglia come forme di resistenza, allora essi diventano subito infami e inferiori. Da qui è ancora troppo breve il passaggio che porta a giustificare le guerre di dominio imperialista attraverso la questione morale di “missione civilizzatrice”, ormai retaggio dell'epoca della Colonizzazione, che avrebbe come unico fine quello di portare il bene, la giustizia e l'educazione quando tutti sappiamo che non è così. La guerra planetaria a cui assistiamo, causata dall'attacco che gli stati più potenti sferrano contro i paesi non ancora soggetti al loro controllo, dipende solo dalla necessità del capitale di evitare il crollo, assumendo sotto il proprio dominio sempre più materie prime e lavoro/sfruttamento umano, e poco importa se ciò comporta distruzione di enormi quantità di risorse e di vite. Una cosa molto simile avviene anche all'interno dei paesi capitalisti in cui si ha diritto a rimanere solo se si è funzionali al sistema produttivo (ricordiamo la legge Bossi-Fini che lega il permesso di soggiorno in Italia al possesso di un regolare contratto di lavoro) e quindi soggetti ad un ricatto dei padroni che ha come scopo esclusivamente l'abbassamento del costo del lavoro. Oltre a ciò però c'è un ulteriore elemento che forse sfugge alla maggioranza delle persone: la dimensione globale della guerra in atto e l'assoggettamento a schiavitù lavorativa di una grandissima parte della popolazione, masse senza volto che se non si integrano al ruolo di oppressi e di subordinati agli interessi del capitalismo vengono torturati ed emarginati. Una condizione, però, destinata presto o tardi anche a parti rilevanti della popolazione occidentale. Accanto alla guerra in quanto tale infatti vi è anche un fronte di conflitto interno, legato e complementare a quello esterno, che propone un modello di disciplinamento che va dalla costante repressione di tutto ciò che nel sociale c'è di alternativo al controllo sempre più massiccio di strade come di vite. E con l'ultimo governo di centro-sinistra tale offensiva non ha fatto altro che inasprirsi. Non più solo la figura emblematica del terrorista arabo, ma adesso ogni individuo che non si adatta perfettamente alla macchina del capitalismo viene dipinto come pericoloso e causa di degrado: rom, graffitari, ultras, centri sociali a turno si alternano come figure sociali che, in quanto lontane dalla logica dei padroni, minano dalla base il benessere e l'integrità del sociale e quindi sono da criminalizzare e allontanare. L'informazione di regime, i politici, e gli amministratori locali non fanno altro che fomentare un clima di odio verso i più deboli; più polizia è la soluzione che ci viene continuamente proposta: i risultati di questa campagna sono state le giornate di Genova 2001, la criminalizzazione dei/lle compagni/e e relativi processi, la militarizzazione dei quartieri, la caccia al rumeno e le morti di Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri. Come possiamo voltarci dall'altra parte davanti a tutto ciò? Ci troviamo di fronte a un sempre maggiore livello di repressione e di controllo sociale che nega la libertà degli individui riconducendola semplicemente al concetto di legalità. Le politiche securitarie sono infatti solo una facciata dietro cui si nascondono le reali volontà dei potenti: dove l'insicurezza è causata dalla mancanza di possibilità di avere un futuro decente, dalle migliaia di morti sul lavoro, dalla precarietà e dalla mancanza di prospettive sul lavoro e nella vita, dove anche la casa non è più una certezza, la criminalizzazione dei soggetti non perfettamente omologati con conseguente legittimazione della guerra e dell'oppressione verso i poveri e i più deboli è l'unica risposta che sanno darci. E la logica dei CPT si inserisce perfettamente in tutto questo. Esso non è altro che un simbolo della volontà del capitalismo di essere in possesso di una forza lavoro pronta a modellarsi alle esigenze padronali perdendo completamente ogni possibilità di autonomia. Accanto a tutto ciò però esiste anche un sociale che non accetta questo tipo di ricatto, che vuole e può muoversi e ribellarsi attraverso sempre più forti forme di resistenza. Noi appoggiamo chi si rivolta o evade dai CPT, chi combatte e chi si oppone all'imperialismo capitalista, dall'Iraq all'Afghanistan, dal Libano alla Palestina, dal Curdistan ai Paesi Baschi e siamo convinti che solo il rifiuto e la lotta contro il dominio imperialista nella nostra città come in tutti quei territori che ne sono sottoposti e una pratica di massa autorganizzata e autonoma con in comune l'odio e la volontà di conflitto contro le istituzioni possa essere l'inizio di un percorso che porti alla disgregazione di tale integrità per accellerarne la crisi politica e giungere così a una crisi di sistema totale. Solo chi veramente odia veramente conosce.

C.OLLETTIVO A.UTOGESTITO M.ODENESE