La resistenza dei profughi
Oltre trecento profughi e rifugiati dal Sudan, Somalia, Eritrea, Etiopia vivono in due case occupate, l’ex palazzina dei vigili urbani di via Bologna e l’ex clinica S. Paolo di corso Peschiera.
L’ex clinica S. Paolo, ribattezzata dagli africani “casa bianca”, ospita 200 uomini, donne e bambini. La “casa bianca” è da tempo sotto sgombero: i proprietari non vogliono rinunciare ad uno stabile di gran valore e il comune non è disposto ad acquisirlo per un uso pubblico. In questi mesi la giunta Chiamparino deve fare i conti con il prevedibile buco olimpico e, per fare cassa, si sta vendendo persino i giardinetti pubblici. Non ultimo quello di via Medici, dove si trova la Boccia Squat.
Il comitato di sostegno ai profughi, costituito principalmente da esponenti dei centri sociali post disobbedienti e post autonomi ha comunque scelto la strada della trattativa con il comune.
Oggi era previsto un incontro tra una delegazione di profughi e gli assessori Borgione e Borgogno: per l’occasione era stato indetto un presidio di fronte al Comune di Torino. L’incontro era stato organizzato da alcune moderatissime associazioni antirazziste, quelle che vivono grazie alle sovvenzioni comunali.
Borgione e Borgogno chiariscono che lo sgombero può essere “soft” ma deve essere rapido: in ballo ci sono i 200mila euro che il Comune ha stanziato per la cosiddetta “emergenza freddo” e che certo non può spendere a marzo. 200mila euro fanno gola a tanti ed ecco pronta la proposta dei due assessori. A 80/90 uomini (niente donne, niente bambini, niente per tutti gli altri) la Croce Rossa mette a disposizione le brande del nuovo cpa informale che gestisce a Settimo Torinese. Di giorno i profughi potranno recarsi in qualche circolo Arci per una non meglio precisata formazione. Colazione e cena al sacco e poi tutti a nanna con le galline. Lauti guadagni per tutti i compagni di merende.
I profughi rispediscono al mittente l’indecente proposta, i due assessori se ne lavano le mani rimandando la decisione sullo sgombero al prefetto.
Il presidio di fronte al municipio si trasforma in corteo verso la prefettura, dove, invece del prefetto, sono in attesa gli uomini dell’antisommossa. Parte una prima carica alla quale i manifestanti rispondono come possono: cassonetti, panchine e qualche sasso. Le cariche si susseguono con grande violenza: gli uomini in divisa inseguono i cento profughi e solidali sin nelle vie limitrofe. Cinque poliziotti si fanno medicare per lievi ferite, diversi manifestanti hanno sul corpo i segni dell’attenzione dello Stato nei confronti delle questioni sociali. Un ragazzo del comitato di sostegno, caduto a terra durante la ritirata, viene circondato da otto poliziotti che infieriscono a lungo su di lui. Una mano rotta, una spalla lussata e la faccia gonfia sono il risultato dell’azione dei tutori del disordine statale.
A Torino il governo ha celebrato a suo modo il giorno della memoria.
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