L’assemblea antirazzista di Torino si era data appuntamento per le ore 15 del 28 marzo davanti ai muri del lager di Corso Brunelleschi, e aveva esteso l’invito a tutti i solidali con i reclusi che, rei di non possedere documenti in regola, lottano per la libertà. Si chiamavano CPT (Centri di Permanenza Temporanea), adesso si chiamano CIE (Centri Identificazione ed Espulsione), sono le prigioni di chi affronta la fame, le torture e la fatica dei ‘viaggi della speranza’ verso l’Europa per fuggire da povertà, guerre e regimi, e ora non vuole, non può tornarci. Sono il teatro, nelle ultime settimane, da Torino a Milano, da Bari a Gradisca, da Bologna a Roma, di scioperi della fame e proteste, che diventano gesti disperati quando rimangono inascoltate.
Fuori dalle mura la polizia ci aspetta. Anche dentro le mura i migranti ci aspettano – e non possono fare molto altro. Gli antirazzisti non si fanno attendere, appendono striscioni di solidarietà ai reclusi in lotta e di invito all’azione diretta contro il razzismo. Arrivano ragazzi e ragazze, donne e uomini che non danno retta ai media che ogni giorno si impegnano a diffondere messaggi xenofobi per far sì che il razzismo diventi opinione comune e che con uguale impegno censurano i soprusi e le violenze che accadono dentro quei centri che vorremmo veder chiusi. E se gli immigrati sono arrivati per disperazione a cucirsi la bocca, a tagliarsi le braccia, a ingerire pile, i solidali hanno fatto rumore perché di fronte a gesti di questo genere non si può restare indifferenti, hanno quindi cercato di farsi sentire con musica a tutto volume, battendo con delle pietre contro segnali stradali, pali della luce e cassonetti, urlando ‘libertà’ – per loro e per tutti.
Da dentro a fuori vola un pallone: significa che all’interno del Centro hanno sentito la rumorosa presenza degli antirazzisti, anche se non possono vedere il folto gruppo di chi, da fuori, li sostiene. Poi cominciano ad alternarsi le dirette di Radio Blackout da tutte le città in cui, come a Torino, c’è un presidio per la chiusura dei CIE e gli interventi di chi, dentro gli stessi, lotta per la libertà.
Passano le ore e la pioggia, che cade abbondante, fa disperdere i presidianti. Ma ci saranno molti altri modi, e nuove occasioni, per farsi sentire e portare solidarietà ai migranti.
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