HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT, MEDUSA 1. Recandomi a Cape Girardeau, ero arrivato in una zona che non co- noscevo e mi resi conto che, mentre la luce dell'incipiente crepuscolo acquistava un'iritescenza dorata ed eterea, se volevo raggiungere il paese prima di notte, dovevo trovare delle indicazioni esatte. Non avevo alcuna intenzione di ritrovarmi al calar della sera in quel- le desolate colline del Missouri meridionale, innanzitutto per le pes- sime strade e, secondariamente, perch‚ il freddo di novembre ti gela le ossa, se viaggi in una decapottabile. Come se non bastasse, si stava- no anche addensando all'orizzonte grossi nuvoloni scuri. CosŤ detti un'occhiata al posto in cui mi trovavo, immerso in lunghe ombre cineree e bluastre che chiazzavano i campi pianeggianti e bruni, e mi augurai di trovare una casa cui rivolgermi per chiedere indicazio- ni. La pianura era isolata e disabitata ma, alla fine, tra gli alberi, sul lato del ruscello che scorreva alla mia destra, vidi un tetto: distava circa ottocento metri dalla strada, e vi si arrivava passando probabilmente per una viuzza o stradina che non doveva essere troppo lontana. Non essendovi altre abitazioni nelle vicinanze, mi diressi obbligato- riamente lŤ, e scoprii con sorpresa che i cespugli ai lati della strada nascondevano una grossa arcata di pietra scolpita e diroccata, invasa da rampicanti ormai secchi e completamente ricoperta di erbacce, le quali mi avevano impedito evidentemente di scorgere da lontano il sentiero in mezzo ai campi. Rendendomi conto che era impossibile attraversarlo con la macchina, parcheggiai la mia vettura presso l'arca- ta, al riparo di un grosso albero sempreverde in caso di pioggia, e mi rassegnai a fare la bella camminata che mi avrebbe condotto all'abita- zione. Mentre seguivo nell'imminente crepuscolo il viale soffocato dalle er- bacce, ebbi un chiaro presentimento, provocato forse dall'atmosfera decadente che incombeva sull'arcata del sentiero semicancellato. Le sculture poste sulle antiche colonnine di pietra scolpita indicavano che la propriet… doveva essere appartenuta a gente facoltosa e benestante; un tempo il viale era stato ombreggiato da filari di tigli, ma ormai diversi alberi erano morti, e altri si erano mischiati con gli arbusti sel- vatici cresciuti nei pressi. Addentrandomi progressivamente, mi lacerai gli abiti impigliandomi in rovi e bardane, e iniziai a dubitare che in quel posto vivesse davvero qualcuno. Avrei camminato tanto inutilmente? Ebbi un breve impulso di tornare indietro per cercare qualche altra abitazione, ma poi vidi la casa, e la sua vista accese la mia curiosit… e risvegli• in me lo spirito d'avventura. Quella costruzione di legno decaduta, circondata da alberi, aveva un non so che di accattivante e intrigante, e ricordava la sontuosit… e l'im- ponenza di un'epoca passata dalla tipica atmosfera ®vecchio SudŻ. Era la classica villa signorile, tutta in legno, dei primi dell'800, realizzata su due piani e mezzo e munita di un importante portico con colonne ioni- che alte fino al soffitto a sostegno di un frontone triangolare. L'edificio era in pessime condizioni: uno dei pilastri era marcito ed era crollato a terra, e il balcone pendeva pericolosamente. In origine dovevano sorgere altri edifici, lŤ intorno. Mentre salivo gli spaziosi gradini di marmo che portavano al portico e alla porta scolpita, fiancheggiata da quattro lampade, mi assalŤ un nervosismo improvviso, ed ebbi il desiderio di una sigaretta: ma, quan- do mi accorsi di essere circondato da legno secco e infiammabile, ri- nunciai ad accenderla. Pur essendo certo, ormai, che il luogo fosse disabitato, mi feci scru- polo a violarne l'intimit… senza bussare. CosŤ tirai con tutta la forza l'incollato battente di ferro arrugginito e quindi lo rilasciai cautamen- te, producendo invece un suono che risuon• in tutto l'edificio. Non rispose nessuno, ma battei lo stesso un altro colpo: pi— per esorcizzare quel senso di silenzio profano e di solitudine che per destare gli im- probabili abitanti di quelle rovine. Dal fiume lontano arriv• il lamento di una colomba, e un rumore incerto di acqua corrente. In una specie di trance, provai a forzare il vecchio chiavistello, poi spinsi risolutamente la porta a sei pannelli. Non era chiusa a chiave e, anche se mi oppose resistenza cigolando sui cardini, l'aprii, e mi ritrovai in un ampio ingresso immerso nel buio. Mi pentii, per•, nel momento stesso in cui entrai. Non c'era un eser- cito di fantasmi ad aspettarmi nel polveroso atrio arredato in austero stile Impero, ma capii immediatamente che il posto non era deserto. Sentii uno scricchiolio sull'imponente scalinata a vite e un rumore di passi incerti di qualcuno che scendeva lentamente. Poi intravvidi una sagoma alta e ingobbita contro la grande finestra neoclassica dell'a- trio. Vincendo in fretta un primo momento di imbarazzo, mentre il pro- prietario scendeva gli ultimi gradini, mi preparai a salutare l'anfitrione nella cui casa mi ero introdotto senza invito. Nella penombra lo vidi trafficare con i fiammiferi, quindi brill• la fiammata di una piccola lampada a cherosene che egli prese da una consolle piuttosto mal ri- dotta sita ai piedi della scala. A quella debole luce mi apparve la sago- ma ingobbita di un vecchio di alta statura e con il volto esangue, gli abiti sciatti e la barba incolta, ma con il portamento e l'aspetto di un gentiluomo. Prima ancora che aprisse bocca, volli giustificare la mia intrusione. ®Mi scusi se sono entrato in questo modo ma, quando nessuno ha risposto ai miei colpi, ho creduto che la casa fosse disabitata. Volevo informarmi sulla strada pi— corta per Cape Girardeau. Era mia inten- zione arrivarvi prima di sera, ma adesso, ovviamente...Ż Mi interruppi, e l'altro replic• con il tono cortese del galantuomo che mi era sembrato e un accento dolce, tipicamente del Sud, come la sua casa. ®Mi scusi lei, invece, se non ho risposto immediatamente. Conduco una vita molto solitaria, e di rado ricevo visite. All'inizio ho creduto che fosse qualche curioso. Quando l'ho sentita bussare una seconda volta, mi sono alzato per scendere gi— ad aprirle ma, per colpa d'una nevrite spinale piuttosto seccante, i miei movimenti sono molto lenti. Non le sar… possibile raggiungere il paese prima di notte. La strada che sta seguendo non Š di certo la migliore, e neppure la pi— corta. Quando sar… uscito dalla tenuta, prenda la prima a destra. Trover… altre tre o quattro traverse, ma non potr… sbagliare in quanto, di fron- te a quella giusta, sulla destra, vedr… un grande salice. Una volta presa la laterale, prosegua dritto. Incrocer… altre due strade. Lei prenda la terza a destra. Poi...Ż Disorientato da quella sfilza di indicazioni, che per un forestiero giunto per la prima volta da quelle parti potevano risultare parados- salmente fuorvianti, mi vidi costretto a interromperlo. ®Mi deve scusare ma, essendo nuovo di questa zona, e con l'unica guida della luce dei fari, non credo di riuscire a seguire le sue indica- zioni col buio della notte. Temo inoltre che stia per piovere, e io ho la macchina scoperta. Direi proprio che per me sarebbe un azzardo cer- care di raggiungere Cape Girardeau stasera, e presumo che dovrei de- sistere dal proposito... Mi sento profondamente imbarazzato ma, date le circostanze, potrei chiederle di ospitarmi in casa sua per questa not- te? Non le arrecher• alcun disturbo. Mi sar… sufficiente un posto qua- lunque dove dormire fino a domani mattina. La macchina posso la- sciarla lŤ dov'Š, lungo il viale: Š riparata dalla pioggia.Ż Mentre gli rivolgevo quella preghiera, mi accorsi che la placida espressione della faccia dell'anziano gentiluomo si era mutata in cu- riosa sorpresa. ®Vorrebbe dormire... qui?Ż Sembrava talmente incredulo che dovetti ripetere la mia richiesta. ®SŤ, certo. Prometto che non le dar• alcun disturbo. Ho forse un'altra alternativa? Non conosco la zona, col buio quelle stradine sono tutte eguali, e scommetto che entro un'ora saranno inondate dal tempora- le...Ż Adesso fu il turno del mio anfitrione interrompere, e io percepii un'indefinibile sfumatura nella sua voce profonda e melodiosa. ®Lei Š forestiero. . certamente. Se non fosse cosŤ, non le verrebbe in mente di voler dormire qui; anzi, neanche ci sarebbe venuto. Oramai non viene pi— nessuno, qui.Ż Si interruppe, ma il suo breve commento ebbe il potere di evocare un mistero che accrebbe notevolmente il mio desiderio di pernottare lŤ. Quel posto aveva qualcosa di inconsueto, e il pungente odore di muffa pareva occultare mille segreti. Tornai a valutare il deterioramento ge- nerale dell'insieme, palese perfino al fievole chiarore della piccola lampada, unica sorgente di luce. Sentivo freddo: constatai purtroppo che non c'era riscaldamento. Ma mi ero a tal punto incuriosito, da voler rimanere a tutti i costi, pur di scoprire qualcosa sul conto di quel vecchio solitario e della sua fatiscente abitazione. ®Non mi interessa molto quel che fanno gli altriŻ, risposi, ®io ho biso- gno di passare la notte al riparo. Se alla gente questa casa non piace, forse Š soltanto perch‚ Š in cattivo stato. Ci vorrebbe una fortuna per rimetterla in sesto. Ma lei, perch‚ non si cerca un alloggio pi— piccolo? Non comprendo perch‚ voglia rimanere qui, con tutti i fastidi che deve costarle...Ż L'uomo non parve offeso dalla mia uscita, e mi rispose in tono serio. ®Resti pure, se vuole. Per quanto ne sappia, non pu• succederle niente di brutto. Qualcuno sostiene che su questo posto si esercitino delle influenze malefiche. Personalmente, ci vivo perch‚ devo viverci. Considero mio dovere vigilare su qualcosa che si trova qui, qualcosa che mi trattiene. Vorrei avere i mezzi, le forze e la decisione necessari per prendermi cura della villa e della tenuta, come un tempo.Ż Oltremodo incuriosito, accettai immediatamente e, quando mi fece cenno di salire, seguii lentamente il mio ospite su per le scale. Ormai era notte e, dal picchiettio esterno, compresi che aveva cominciato a piovere. Mi sarebbe andato bene qualsiasi rifugio, ma quella casa eser- citava su di me uno strano fascino per l'atmosfera misteriosa che av- volgeva il posto e il padrone. Un patito del fantastico come me, non avrebbe potuto trovare un riparo pi— adatto. 2. Al secondo piano c'era una camera d'angolo che versava in migliori condizioni rispetto al resto, dove il mio ospite mi fece entrare, posan- do il lume a cherosene e accendendo una lampada pi— grande. La pu- lizia e il mobilio della stanza, nonch‚ i libri in bella mostra sugli scaf- fali a giorno, mi confermarono che non mi ero sbagliato nel giudicare l'anziano signore un gentiluomo di ottima educazione e gusti raffinati. Certo, doveva essere un solitario, un eccentrico, ma aveva stile e inte- ressi culturali. Mentre mi indicava una sedia, mi lanciai in una bonaria conversazio- ne e mi accorsi con piacere che non era una persona laconica. Al con- trario, pareva contento di poter scambiare due chiacchiere, e non al- lontanava la conversazione da argomenti pi— personali. Appresi cosŤ che si chiamava Antoine de Russy e che discendeva da una facoltosa e antica famiglia di piantatori della Louisiana. Pi— di un secolo prima suo nonno, il primogenito, era emigrato nel Sud del Mis- souri, dove aveva fondato una nuova propriet… nel sontuoso stile dei SUOi avi: una casa maestosa che avesse a sua disposizione tutto il ne- cessario per una grande piantagione. Le baracche avevano accolto quasi duecento negri sullo spiazzo che si trovava un tempo a ridosso dell'abitazione e oggi era sommerso dal fiume. Le notti rallegrate dai loro canti e dalle loro risate alla musica dei banjo, avevano avuto tutto il sapore di un'epoca e di un ordine sociale ormai sorpassati. Davanti alla casa, dove c'erano grosse querce simili a cupi guardiani e tigli imponenti, una volta si era esteso un prato verde fitto come un tappeto, irrorato e curato a dovere, nel quale passavano vialetti di pie- tra serpeggianti e ornati di fiori. Riverside, questo era il n˘me della tenuta, era stata una residenza meravigliosa e pacifica, e il mio anfitrione era memore di tempi in cui non era ancora scomparso il suo antico splendore. Fuori infuriava il temporale, e la pioggia picchiava violentemente sul tetto, sulle pareti, e sulle finestre pericolanti; l'acqua filtrava dapper- tutto da miriadi di crepe e fenditure. Sul pavimento gocciolava umidi- t… da un migliaio di fessure, e il vento imperversava contro le persiane malferme sui cardini facendole sbattere in continuazione. Ma per me non aveva importanza, e non pensavo neanche alla macchina lasciata sotto gli alberi, perch‚ sentivo che il mio anfitrione stava per raccon- tarmi una storia. Quando si alz• per mostrarmi la stanza, lo esortai ad andare avanti nella narrazione; cosŤ continu• a parlarmi dei bei tempi andati. Tra breve, lo sapevo, mi avrebbe rivelato perch‚ abitava tutto solo in quel- la casa in rovina e perch‚ il vicinato credeva che fosse abitata da pre- senze malefiche. Il mio ospite parlava con una voce cosŤ melodiosa, e la storia divenne talmente intrigante, che mi pass• anche il sonno. ®SŤ, Riverside venne costruita nel 1816, e fu qui che nel 1828 nacque mio padre. Se fosse vivo avrebbe pi— di cent'anni, ma morŤ talmente giovane che di lui ho solo un vago ricordo. Rimase ucciso in guerra nel '64... nel Settimo Fanteria della Louisiana, dal momento che aveva voluto arruolarsi nel paese di origine della sua famiglia. Mio nonno era troppo vecchio per combattere, ma morŤ a novantacinque anni, e aiut• mia madre a impartirmi l'ottima educazione- lo riconosco - che ho ricevuto. Eravamo legati ad antiche tradizioni e al rispetto dell'o- nore, e mio nonno volle che venissi allevato come era stato fatto, fin dall'epoca delle Crociate, con tutte le generazioni dei de Russy. Gode- vamo ancora di una certa sicurezza economica e, dopo la guerra, di- sponevamo di un limitato capitale. Io frequentai una rinomata scuola della Louisiana, e in seguito entrai a Princeton. Dalla piantagione riu- scii a ricavare sufficienti profitti, anche se adesso Š distrutta. Mia madre morŤ che avevo vent'anni, e mio nonno la seguŤ due anni dopo. Sentendomi molto solo, nell'85 mi sposai con una lontana cugi- na di New Orleans. Forse sarebbe stato tutto diverso se non fosse morta partorendo mio figlio Denis. Era l'unico affetto che mi rimanes- se. Non ripresi moglie, e mi dedicai completamente a lui. Era un tipico de Russy: alto, magro, i capelli neri, pieno di energie. Lo allevai come con me aveva fatto mio nonno, ma in questioni di onore non aveva bisogno di educatori: seguiva un istinto naturale. Una simile carica vitale non l'avevo mai vista... con quanta fatica dovetti convincerlo a non scappare per arruolarsi contro la Spagna all'et… di undici anni! Che giovane romantico e idealista!... Oggi verrebbe defi- nito un vittoriano. Mi stava a sentire quando gli dicevo di non correre dietro alle ragazze negre. Frequent• la mia stessa scuola, e poi Prince- ton. Voleva diventare medico, cosŤ frequent• per un anno la facolt… di Medicina ad Harvard. Ma poi cambi• idea: decise di seguire l'antica tradizione francese di famiglia, e mi persuase a iscriverlo alla Sorbona. Lo feci contento, inorgogliendomi, anche se ero consapevole del vuoto che avrebbe lasciato la sua assenza. Se solo Dio non l'avesse voluto! Credevo che a Parigi sarebbe stato al sicuro. Viveva nel quartiere latino, in Rue St. Jacques, nei pressi del- l'Universit…; malgrado ci•, stando alle sue lettere e ai suoi amici, non aveva stretto nessuna amicizia con gli scansafatiche. Si vedeva princi- palmente con giovani compatrioti, studenti e artisti che lavoravano se- riamente, anzich‚ scorrazzare per la citt… a dipingere i muri di rosso. Ovviamente, c'era anche qualcuno in bilico tra la seriet… e la perdi- zione: gli esteti, i decadenti, gli insaziabili cacciatori di sensazioni... i tipi alla Baudelaire, per farla breve. Certo, Denis ne frequent• diversi, e vide come vivevano. Il loro ambiente era molto teatrale: finti culti del Demonio, false Messe Nere e via dicendo. Complessivamente, ri- tengo che fossero degli ingenui... e che quasi tutti scordassero nel giro di un anno o due queste pratiche scellerate. Uno dei pi— accaniti frequentatori di questi circoli, era un tipo che Denis aveva conosciuto ai tempi di scuola: io, d'altronde, conoscevo suo padre. Si chiamava Frank Marsh, veniva da New Orleans, ed era un seguace di Lafcadio Hearn, di Gauguin e di Van Gogh... il tipico prodotto degli anni '90. Che peccato... eppure in lui c'era la stoffa del grande artista. Marsh era l'unico amico di vecchia data che Denis avesse a Parigi; era logico che si vedessero spesso, che rievocassero i tempi dell'Acca- demia di St. Clair e via dicendo. Mio figlio mi parlava di lui nelle sue lettere, e non ebbi a che ridire quando mi descrisse il gruppo di mistici che Marsh frequentava. Il circolo si rifaceva a un culto magico del- l'Antico Egitto e di Cartagine, in voga tra i boh‚miens della Rive Gau- che, e aveva la pretesa assurda di riscoprire le fonti nascoste di una verit… perduta riguardante certe civilt… africane primigenie... La grande Zimbabwe e le citt… morte degli abitanti di Atlantide, sorte nella re- gione sahariana dell'Hoggar... Parlavano di cose assurde circa i capelli umani e i serpenti... o almeno cosŤ le consideravo a quel tempo. Denis mi parlava di alcune affermazioni sorprendenti fatte in continuazione da Marsh a proposito di una verit… che si celava dietro il mito della capigliatura di Medusa e la leggenda tardo tolemaica della chioma di Berenice, colei che aveva sacrificato i propri capelli per salvare lo sposo e fratello, ed era stata vista da questo trasformarsi nella costel- lazione celeste chiamata Chioma di Berenice. Sono convinto che Denis non prestasse troppa attenzione a queste storie, prima della notte in cui assistette a quel bizzarro rituale cele- brato nell'appartamento di Marsh, dove vide per la prima volta la Sa- cerdotessa. I membri della setta erano prevalentemente di sesso ma- schile, ma il capo era una ragazza che sosteneva di chiamarsi Tanit- Iside, e il cui vero nome, o meglio, quello della sua ultima reincarna- zione, come lei diceva, era Marceline Bedard. Questa giovane si pre- sentava come la figlia illegittima del marchese de Chameaux, e sem- brava che, prima di darsi alle assai pi— redditizie arti magiche, avesse fatto l'artista e la modella. A detta di qualcuno aveva vissuto nelle Indie Occidentali per qualche tempo, nella Martinica, se ricordo bene- da lei non si veniva a sapere molto. Si atteggiava a santa e mistica, ma presumo che gli studenti pi— anziani non la prendessero sul serio. Denis, invece, era ancora un ingenuo, e mi invi• dieci pagine in cui esaltava estasiato la dea che aveva conosciuto. Se avessi compreso ap- pieno il suo stato di eccitazione, probabilmente sarei intervenuto, ma non credevo proprio che un'infatuazione fanciullesca potesse assume- re simili proporzioni. Ero caparbiamente sicuro che il senso dell'onore e il rispetto per la propria famiglia lo avrebbero tenuto alla larga dai guai. Con il passare del tempo, invece, le sue lettere iniziarono a preoccu- parmi. Non parlava che di Marceline, quasi scordando tutti i suoi ami- ci; anzi, cominci• a criticarli per l'ottusit… e insensibilit…" di cui dava- no prova evitando di presentarla alle madri e alle sorelle. Che io sap- pia non aveva indagato molto sulla ragazza, e non ho difficolt… a cre- dere che lei gli avesse riempito la testa di storie assurde sulla propria origine, i propri contatti mistici e lo scorno della gente. Intuii che De- nis non vedeva pi— nessuno, e che passava invece la maggior parte del tempo in compagnia della seducente sacerdotessa. Per volere di lei, non parlava mai agli amici dei loro incontri abituali, e questi non si intromisero mai nel loro rapporto. Presumibilmente la donna doveva ritenere Denis molto ricco, - mio figlio aveva i modi di un nobile, e sono in parecchi a pensare che tutti gli aristocratici americani siano in possesso di grosse fortune. In tutti i modi, Š probabile che non volesse lasciarsi sfuggire l'occasione unica di accalappiare un marito possidente. Quando mi provai a dargli qualche consiglio, ormai era troppo tardi: Denis l'aveva sposata. In una lettera mi scrisse che aveva abbandonato l'universit… e che intendeva condurre la moglie con lui a Riverside. Lei, da parte sua, aveva compiuto una grande rinunzia abbandonando i propri proseliti, e da quel momento in poi sarebbe stata una semplice signora... La futura padrona di Riverside, madre di altri de Russy. A quel punto, signore, cercai di farmene una ragione. Sapevo che gli europei pi— emancipati credono in princŤpi diversi da quelli di noi vec- chi americani e, in fin dei conti, non sapevo nulla sul conto della ra- gazza. Probabilmente era un'arrampicatrice, ma perch‚ temere qual- cosa di peggio? Decisi di fare la parte dell'ingenuo, per amore di mio figlio. Finch‚ sua moglie non infrangeva le tradizioni dei de Russy, era pi— saggio non ostacolare Denis. Aveva diritto a una possibilit…: non avrebbe nuociuto necessariamente alla nostra famiglia. CosŤ non mi opposi. Il passo era stato compiuto, e non mi restava altro che fare i preparativi per ricevere mio figlio e la donna da lui scelta. Erano qui tre settimane dopo l'arrivo del telegramma che mi comuni- cava il loro matrimonio. Marceline era una donna di eccezionale bel- lezza, e capii perch‚ mio figlio si fosse perdutamente innamorato di lei. Aveva un'aria patrizia e, ne sono ancora convinto, ritengo che fos- se di sangue nobile. Dimostrava poco pi— di vent'anni: era di altezza media, sottile e altera come una tigre sia nei modi che nel portamento. L'incarnato era olivastro, come avorio antico, e gli occhi, molto scuri, enormi. I lineamenti minuti del viso erano regolari e di taglio classico, pur se non cosŤ nettamente definiti per potermi piacere, e i suoi capelli corvini erano qualcosa di incredibile. Non mi sorprendeva che avesse inserito nel suo culto magico il moti- vo dei capelli: un'idea probabilmente spontanea. Quando li raccoglie- va sul capo, sembrava una principessa araba uscita da uno schizzo di Audrey Beardsley. Quando li scioglieva, le arrivavano oltre le ginoc- chia, e alla luce acquistavano una lucentezza tale che sembravano do- tati di vita propria. Dopo aver visto e studiato quella chioma, mi sa- rebbero venute in mente Medusa o Berenice anche se nessuno mi ci avesse fatto pensare. A volte avevo l'impressione che la massa dei capelli compisse dei mo- vimenti impercettibili, tendendo a disporsi in ciocche separate: ma for- se era soltanto un'impressione. Lei la pettinava di continuo, e vi pas- sava sopra qualche olio. Una volta ebbi l'assurda sensazione che fosse viva, e che lei dovesse nutrirla misteriosamente. Erano solo sciocchez- ze... ma rinnovavano i miei timori sul suo conto e su quello dei suoi capelli. Nonostante tutti i miei sforzi, non nego che non riuscissi a provare la minima simpatia, per lei. Aveva un non so che di sottilmente repellen- te, e mi riusciva spontaneo elaborare insane elucubrazioni macabre su tutto ci• che la riguardava. Il colore della sua pelle richiamava alla mente Babilonia, Atlantide, Lemuria e le barbare dominazioni della civilt… delle origini e, a volte, i suoi occhi scintillavano come quelli di una fiera o di una Dea troppo antica per non avere commistioni ani- mali. E la sua capigliatura folta, esotica, sovrabbondante e lucida come il giaietto, mi faceva rabbrividire come se avessi davanti un gros- so pitone scuro. Lei certamente si accorse della repulsione che mi ispirava nonostante io cercassi di nasconderla, e a sua volta tent• di nascondere di averlo notato. E continuava lo stesso a far girare la testa a mio figlio. Era soggioga- to da lei, e la sommergeva di piccole galanterie quotidiane, quasi in modo fastidioso. Lei sembrava egualmente pazza di lui, ma io mi ac- corgevo che doveva compiere un certo sforzo per ricambiare il suo entusiasmo e le sue piccole sorprese. Tra le altre cose, ritengo che si fosse notevolmente arrabbiata quando scoprŤ che non eravamo ricchi come aveva sperato. Una storia sgradevole, nel complesso. Mi rendevo conto che stavamo scivolando nello squallore. Denis era come ipnotizzato dalla moglie e, quando comprese che nutrivo sentimenti differenti, cominci• ad allon- tanarsi da me. Andammo avanti cosŤ per diversi mesi, e io sentivo che stavo perdendo il mio unico figlio, il ragazzo che per oltre vent'anni era stato l'oggetto di tutti i miei pensieri e di tutte le mie azioni. Ero amareggiato, come lo sarebbe stato qualsiasi padre. Ma non sapevo che fare. Durante i primi mesi Marceline si comport• da brava moglie, e i no- stri amici l'accettarono senza chiedere nulla sul suo conto. Io, invece, ero costantemente teso, e avevo il timore che i giovani da noi mandati a studiare a Parigi potessero far sapere alle famiglie qualche notizia imbarazzante sul conto di Marceline, una volta saputo del matrimo- nio. A questo proposito, lei avrebbe desiderato tenerlo segreto, ma non era possibile nasconderlo in eterno: Denis, a dire il vero, lo aveva comunicato confidenzialmente per lettera agli amici pi— intimi non ap- pena arrivato a Riverside. Adducendo come scusa i miei problemi di salute, cominciai a prende- re l'abitudine di restarmene in camera mia. La nevrite spinale comin- ci• a importunarmi all'incirca in quel periodo. Denis non parve accor- gersene; ormai si interessava poco a me, e vederlo diventare cosŤ in- sensibile nei miei confronti mi arrecava un grande dolore. Cominciai a soffrire d'insonnia e, molto spesso, passavo la notte a lambiccarmi il cervello alla ricerca di una spiegazione che giustificasse la mia repul- sione per mia nuora, per non chiamarlo addirittura orrendo ribrezzo. Non era certo per i suoi trascorsi esoterici, che ormai aveva dimentica- to, senza pi— parlarne. Aveva lasciato anche la pittura, che era stata un altro dei suoi interessi. Fatto strano, i servitori erano gli unici a pensarla come me. I negri della casa avevano cominciato con l'evitarla e, alla fine, dopo poche settimane, si erano licenziati tutti, fatta eccezione per qualche dome- stico molto devoto alla nostra famiglia. Tra questi c'erano il vecchio Scipio e la moglie Sarah, la figlia Mary e la cuoca, Delilah; erano tutti estremamente rispettosi con lei, ma era chiaro che la nuova padrona risultava loro poco simpatica. Restavano il pi— possibile nella zona della casa loro riservata. McCa- be, il nostro autista bianco, aveva invece un'ammirazione quasi sfac- ciata per lei; e un'altra persona a non dimostrarsi maldisposta era una decrepita zul— arrivata - a quanto si diceva - dall'Africa, pi— di cen- t'anni prima e tenuta in grande considerazione nella sua baracca, es- sendo una specie di pensionata di famiglia. Ogni volta che Marceline le si avvicinava, la vecchia Sophonisba la riveriva, e una volta la vidi baciare la terra su cui aveva camminato la sua padrona. La superstizione dei negri Š un fatto risaputo, perci• mi domandavo se mia nuora non avesse soggiogato i servi, inizialmente ostili, con qualcuna delle sue assurde frottole mistiche.Ż 3. ®E cosŤ le cose procedettero in questo modo per circa sei mesi. Poi, nell'estate del 1916, si smosse qualcosa. A met… giugno il suo vecchio amico Frank Marsh aveva scritto a Denis un biglietto: a causa di un esaurimento nervoso, era tornato in America per un periodo di riposo. La missiva recava il timbro di New Orleans, poich‚ Marsh era tornato da Parigi alle prime avvisaglie dei suoi disturbi: il messaggio era una richiesta educata ma chiara di essere invitato in casa nostra. Sapendo naturalmente che Marceline era a Riverside, cortesemente Marsh chiedeva anche sue notizie. A Denis dispiacque molto della sua malat- tia, e lo invit• subito con un biglietto a venire da noi e a rimanervi a suo comodo. Marsh accett• subito l'invito, e mi fece un certo effetto vedere quan- to fosse cambiato dal nostro ultimo incontro. Lo ricordavo come un ragazzo mingherlino dai capelli chiari, gli occhi azzurri e il mento leg- germente sfuggente; adesso si leggevano le conseguenze dell'alcool e di qualche altro problema nelle palpebre gonfie, nei pori del naso dila- tati e nelle rughe marcate che gli cerchiavano la bocca. Forse aveva preso molto seriamente gli atteggiamenti decadenti, emulando artisti come Rimbaud, Baudelaire o Lautr‚mont. Per• era una persona mol- to amabile, molto attenta al colore, all'atmosfera e ai nomi delle cose, intimamente vitale e arricchita da esperienze profondamente vissute in settori della vita e dei sentimenti di cui molti ignorano perfino l'esi- stenza. Se il padre non fosse morto presto, e avesse potuto assisterlo, forse non sarebbe finito cosŤ. Era un giovane di molto talento, e fui lieto della sua visita, perch‚ pensavo che avrebbe contribuito a ripor- tare fra noi la normalit…. E all'inizio fu cosŤ: Marsh era un compagno ideale e un profondo e sincero artista, interessato soprattutto alle ma- nifestazioni della bellezza. Quando vedeva, o creava lui stesso, un og- getto squisito, le pupille gli si dilatavano fino a far scomparire le iridi, e sul volto pallido e sottile rimanevano soltanto gli occhi simili a gran- di palle nere, spalancati su abissi segreti che nessuno riusciva a intuire. Ma, quando arriv• da noi, non pot‚ mostrarci il suo lato migliore, come disse a Denis, si sentiva svuotato. Sembrava che avesse ricevuto molti consensi come artista del fantastico, inserendosi nel solco della tradizione di Fuseli, di Goya, di Sime o di Clark Ashton Smith quan- do, improvvisamente, la sua ispirazione aveva subŤto una sorta di para- lisi. Il mondo reale non gli offriva pi— nulla che gli sembrasse sufficien- temente bello o elettrizzante da ispirare in lui la creazione artistica. Gli era gi… successo, ma stavolta non riusciva pi— a sperimentare sen- sazioni ed esperienze nuove e particolari capaci di suscitare la neces- saria illusione della bellezza o di destare in lui un avvincente interesse. Si sentiva come un Durtal o un Des Esseints, giunto alla fase pi— stagnante della propria vita strampalata. Marceline non era presente all'arrivo di Marsh. Mostrandosi poco entusiasta della visita, aveva accettato l'invito di alcuni amici di St. Louis venuti proprio in quei giorni a trovare lei e Denis. Mio figlio rimase per accogliere il nuovo ospite, e Marceline partŤ da sola. Si separavano per la prima volta, ed io nutrivo la speranza che quella lontananza lo aiutasse a tornare in s‚. Marceline se la prese comoda a tornare: a dire il vero, ebbi l'impressione che stesse protraendo il pi— possibile la propria assenza. Denis non se la prese troppo a male, se si pensa a quanto fosse innamorato della moglie e, quando rievocava con Marsh i tempi passati e cercava di scuotere l'insensibile esteta, pareva di nuovo il ragazzo di una volta. Marsh attendeva con ansia il ritorno di mia nuora, probabilmente nella speranza che l'inquietante bellezza di lei, o l'antico fanatismo misticheggiante legato al suo culto magico, potessero riaccendere in lui la scintilla del genio creativo. Conoscevo Marsh, ed ero certo che non fosse mosso da nessun altro interesse. Pur con i suoi umori volubi- li, rimaneva un gentiluomo e, a dire il vero, avevo provato un senso di sollievo quando ci aveva comunicato l'intenzione di soggiornare per un po' da noi: se era pronto ad accettare l'ospitalit… di Denis, eviden- temente non c'era alcun motivo per cui non dovesse farlo. All'atteso ritorno di Marceline, notai che Marsh era rimasto letteral- mente affascinato. Non le pose nessuna domanda sulle pratiche mi- steriche da lei definitivamente abbandonate, ma non riuscŤ a nascon- dere il forte turbamento provocato dalla sua vista, e le teneva gli occhi incollati addosso, occhi che avevano assunto per la prima volta dal suo arrivo un'espressione molto intensa. Marceline, invece, sembrava pi— infastidita che lusingata dalla continua attenzione di lui... almeno all'i- nizio. Quando era sicuro di non essere visto, Marsh la squadrava da cima a fondo, ed io mi domandavo quanto ci sarebbe voluto prima che l'uomo, e non solo l'artista, venisse irretito da quel fascino misterioso. Chiaramente Denis si sentiva un po' urtato dal corso delle cose, ma sapeva, d'altronde, che il suo ospite era un uomo d'onore e che Mar- celine e Marsh, avendo dei punti di contatto per via delle rispettive tendenze mistiche ed estetiche, si interessavano ovviamente di argo- menti che costituivano poco oggetto d'interesse per una persona, di- ciamo, normale. Non ne fece una colpa a nessuno dei due, limitandosi a crucciarsi di avere una capacit… d'immaginazione troppo ristretta e comune per poter fare i discorsi di Marceline e di Marsh. Fu allora che ricevetti una maggiore attenzione da parte di mio figlio. Adesso che la moglie era distratta altrove, trovava il tempo di rammentarsi del padre, un padre pronto ad assisterlo. Rimanevamo spesso seduti vicini sulla veranda, a guardare Marsh e Marceline che passeggiavano a cavallo lungo il viale o che giocavano a tennis sul campo che anticamente rimaneva a sud della casa. Discorre- vano prevalentemente in francese, una lingua che Marsh, pur avendo soltanto un quarto di sangue francese, parlava meglio di me e Denis. L'inglese di Marceline, sempre perfettamente corretto nella forma, stava migliorando anche nell'accento, ma ovviamente le faceva piacere poter parlare di nuovo nella propria lingua. Ogni volta che li vedeva- mo insieme, mi accorgevo che i muscoli della bocca e della gola di mio figlio si contraevano: a parte questo, era sempre un ospite premuroso con Marsh ed un marito affettuoso con Marceline. Le ombre solitamente si addensavano di pomeriggio, perch‚ mia nuora si alzava molto tardi, faceva colazione a letto e ci metteva molto tempo a vestirsi, prima di scendere. Non ho mai conosciuto una perso- na altrettanto esperta di belletti, cosmetici, unguenti per capelli e pro- dotti simili. CosŤ Denis e Marsh la mattina avevano tutto il tempo di stare insieme, e facevano lunghe chiacchierate intime che ravvivavano la loro amicizia, nonostante la gelosia che tendeva a dividerli. Nel corso di una di queste conversazioni mattutine tenute sulla ve- randa, Marsh lanci• la proposta che provoc• la fine. Le mie condizio- ni di salute non erano ottime ma, ci• nonostante, ero riuscito a scen- dere, sistemandomi sul divano del salotto accanto alla finestra grande. Denis e Marsh erano proprio lŤ di fronte, e non potei evitare di sentire l'intera conversazione. Discutevano d'arte e degli imprevedibili fattori ambientali che interagiscono nella valida produzione dell'artista quan- do, all'improvviso, Marsh spost• la discussione astratta su un piano personale come, probabilmente, aveva gi… in mente di fare. "Credo", disse, "che nessuno sappia dire veramente che cosa abbiano in s‚ talune immagini o certi oggetti per stimolare la visione artistica in alcune persone. Basilarmente, dev'essere un fatto di associazioni mentali uniche in ciascun uomo, dal momento che non esistono nem- meno due persone dotate della stessa sensibilit… e che abbiano reazio- ni eguali. Per alcuni di noi, tutto ci• che Š normale ha perso ormai ogni significato estetico o evocativo: ma nessuno ha le identiche rea- zioni al medesimo evento eccezionale. Prendiamo me, per esempio..." Fece una breve pausa e poi riprese: "Denny, so di poter parlare libe- ramente con te perch‚ hai una mente eccezionalmente pura... chiara oggettiva. Non fraintendermi. In sintesi, credo di sapere di cosa ho bisogno per stimolare di nuovo la mia fantasia. Gi… lo intuivo vaga- mente quando eravamo a Parigi, ma ora ne ho la certezza. E Marceli- ne, amico mio: quel suo viso, quei suoi capelli, e la frotta di misteriose immagini che evocano. Non Š la semplice bellezza fisica, pur se Iddio sa se non Š incredibile... no, Š qualcosa di speciale, di particolarissimo, che non riesco a definire bene. Sai: ultimamente ho avvertito un im- pulso creativo talmente forte, che sono veramente convinto di riuscire a superare me stesso. Se solo avessi con me tela e pennelli, quando il viso e i capelli di Marceline eccitano pi— violentemente la mia fantasia, sento che potrei creare il capolavoro! Percepisco qualcosa di misterioso, di soprannaturale, ricollegabile alle cose antiche che lei rievoca. Non so che cosa ti abbia rivelato in merito a questo suo aspetto, ma stai pur certo che ci sarebbe molto da dire. Lei ha un qualche legame meraviglioso con l'universo, e con l'i- gnoto...". A questo punto la faccia di Denis deve aver tacitato l'amico, perch‚ pass• diverso tempo prima che questi tornasse a parlare. Io ero ester- refatto da una simile uscita, e mi domandavo come avesse reagito mio figlio. Con un'accelerazione al cuore, tesi al massimo l'udito per senti- re meglio. Quindi Marsh proseguŤ. "Sei geloso. E normale... immagino quale reazione ti provochi un di- scorso del genere. Ma te lo giuro, non ne hai motivo." Denis tacque, e Marsh continu•. "Con tutta sincerit…, non mi potrei mai innamorare di Marceline... anzi, non mi ispira neanche un affettuoso sentimento di amicizia Ma- ledizione, mi sono sentito un ipocrita in questi giorni, tutte le volte che parlavo con lei. La questione Š semplice: un suo lato ipnotizza me... in maniera curiosa, bizzarra e vagamente terrificante... come un altro ip- notizza te, ma in modo di certo pi— normale. Vedo qualcosa in lei o, per maggiore esattezza, attraverso lei ed oltre lei, qualcosa alla quale tu sei cieco; qualcosa che evoca una miriade infinita di forme uscite da recessi dimenticati ed accende in me il desiderio di dipingere cose ec- cezionali, ma che scompaiono istantaneamente non appena cerco di individuarne chiaramente i contorni. Non devi fraintendermi, Denny: tua moglie Š una creatura straordinaria, un prodigioso punto di con- vergenza di forze cosmiche, e merita di essere chiamata divina, se in questa Terra qualcosa ne ha il diritto!" A quel punto intuii che la faccenda si andava risolvendo, dal momen- to che la curiosa impersonalit… del sentimento espresso da Marsh e l'eccezionale esaltazione con cui parlava di Marceline non potevano che sorprendere e tranquillizzare un uomo che era sempre andato fie- ro della moglie. Anche Marsh si accorse del cambiamento avvenuto in Denny, perch‚ continu• pi— speranzoso. "Devo ritrarla, Denny, devo ritrarre quei capelli, e vedrai che non te ne pentirai. C'Š qualcosa d'ultraterreno in lei, qualcosa che oltrepassa anche la bellezza..." Quindi tacque, ed io mi domandai che cosa stesse pensando Denis; ma avrei fatto meglio a chiedermi quali fossero i miei, di pensieri. L'in- teresse mostrato da Marsh era meramente artistico, o si trattava inve- ce di una passione non dissimile da quella di mio figlio? All'epoca della scuola, mi era sembrato leggermente invidioso di mio figlio, e le cose dovevano stare ancora cosŤ. Ma quanto aveva affermato a propo- sito dell'impulso creativo, d'altronde, era suonato incredibilmente vero e, pi— ci pensavo, pi— ero disposto a credergli. Denis, probabil- mente, fece le stesse riflessioni, perch‚, pur se non udii la sua risposta, dall'effetto che produsse, doveva essere stata affermativa. Prima si sentŤ una pacca alle spalle, quindi le parole di gratitudine espresse da Marsh, parole che mi rimasero bene impresse. "E stupendo, Denny, e ti ho gi… detto che non te ne pentirai. Si po- trebbe dire che lo faccio anche per te. Quando vedrai il mio quadro, ti sentirai una persona diversa. Ti far… tornare a essere quello che eri... ti dester…, forse ti salver…... ma per il momento non mi puoi capire. Ri- corda per• la nostra vecchia amicizia, e non pensare che io sia cambia- to. Vedendo che andavano a braccetto verso il prato, mi alzai dal diva- no, dubbioso. Che cosa aveva voluto dire Marsh, con quell'assicurazio- ne enigmatica, quasi nefasta? Se da un lato le mie paure si dissipava- no, dall'altro crescevano. Da qualunque punto la considerassi, era una faccenda stonata. Ciononostante, i piani proseguirono. Denis fece ristrutturare una stanza sull'attico, munendola di grossi lucernari, e Marsh and• a pro- curarsi l'attrezzatura per dipingere. Erano tutti presi dalla novit…, ed io fui lieto che finalmente qualcosa rompesse la tensione. Le pose ebbero subito inizio. Rispettavamo tutti il lavoro di Marsh, perch‚ capivamo che per lui si trattava di un autentico evento arti- stico. Denny ed io cercavamo di non fare il minimo rumore, come se si stesse celebrando un rito sacro: e Marsh sembrava pienamente d'ac- cordo. Per Marceline, invece, le cose stavano diversamente: me ne accorsi in fretta. Quali che fossero le reazioni di Marsh alle pose, quelle di mia nuora erano angosciosamente chiare. Manifestava in tutti i modi uno sciocco ed aperto invaghimento per il pittore e, non appena Denis azzardava un gesto amoroso nei suoi riguardi, si irrigidiva. Io, che stra- namente me ne accorgevo pi— di mio figlio, mi lambiccai il cervello pensando a come proteggere la sua serenit… finch‚ la faccenda non si fosse sistemata. Se era possibile evitarlo, ritenevo sciocco metterlo in agitazione. Alla fine mi convinsi che la risoluzione migliore sarebbe stata quella di allontanare Denis finch‚ il ritratto non fosse finito. Restavo io a difendere i suoi interessi, e Marsh prima o poi avrebbe terminato il dipinto e sarebbe partito. Avendo stima di lui, non temevo altri stra- scichi. Poi, una volta che Marceline avesse superato la breve crisi amo- rosa, avrei potuto far tornare Denis. Inviai una lunga lettera al mio agente finanziario di New York, con- certando con lui un piano per richiamare mio figlio lass— per un perio- do indeterminato. Adeguandosi alle mie richieste, l'agente ci fece sa- pere che i nostri affari richiedevano improrogabilmente la presenza di uno di noi... e le mie condizioni di salute, ovviamente, escludevano che potessi partire. Il piano era gi… deciso: una volta che Denis fosse giun- to a New York, l'agente lo avrebbe tenuto impegnato fino a mio nuo- vo ordine. Fil• tutto liscio, e mio figlio partŤ per New York senza il pi— piccolo sospetto. Marceline e Marsh lo accompagnarono a Cape Girardeau, e lŤ prese il treno serale per St. Louis. I due tornarono che era gi… buio e, mentre McCabe portava la macchina in garage, rimasero a parlare sulla veranda. Stavolta decisi di ascoltare volutamente i loro discorsi cosŤ andai a sdraiarmi in salotto sul divano vicino alla finestra. Al principio non udii nulla, ma poi sentii il rumore di una sedia spostata, un breve ansito, ed infine una sorta di stupita esclamazione di dolore da parte di Marceline. Quindi udii la voce nervosa, quasi solenne, di Marsh. ®Stasera vorrei lavorare, se te la senti." Marceline gli rispose con lo stesso tono risentito della precedente esclamazione. Anche lei parlava in inglese. "Oh, Frank, ma Š davvero cosŤ importante, per te? Non pensi che al lavoro! Non possiamo restare qui, a goderci questo magnifico chiaro di luna?" Marsh replic• un po' seccato, facendo vibrare nella voce, unita all'e- saltazione dell'artista, una sorta di disprezzo. "Il chiaro di luna! Oh, Signore, che insulso sentimentalismo! Una donna cosŤ raffinata che ricorre ai mezzucci pi— prevedibili dei roman- zetti d'appendice! Davanti a te c'Š l'arte, e tu pensi alla luna, che Š a buon mercato come il variet…! O ti rammenta forse la F‚sta della Croce di Auteuil con la sua danza rituale intorno alle colonne di pietra? Per Dio, come ti guardavano quegli imbecilli! Ma no, ormai avrai scordato tutto. Le magie d'Atlantide e i riti dei serpenti-capelli non si addicono piU a Madame de Russy! Soltanto io ricordo ancora ci• che discende- va sui templi di Tanit e si invocava dalle torri di Zimbabwe. Ma non mi far• ingannare da quei ricordi... sono tutti lŤ, immortalati sulla mia tela... l'opera d'arte che toglier… la maschera all'essere portentoso, e fisser… nel tempo i segreti di settantacinquemila anni!" Marceline lo interruppe con una voce rotta da emozioni contrastanti. "Guarda chi Š, adesso, il sentimentale! Lo sai che Š meglio non di- sturbare gli Antichi. Tutti quanti dovreste tremare, se io intonassi gli antichi canti o tentassi.di evocare ci• che giace nelle profondit… di Yuggoth, Zimbabwe e R'lych. Non pensavo che fossi tanto sciocco! Sei assurdo! Prima pretendi il mio interesse per il tuo prezioso dipin- to, e poi mi proibisci di vedere come procede. Non hai mai sollevato quel drappo nero! Si tratta del mio ritratto... perch‚ dovrebbe dispia- certi mostrarmelo?" Stavolta fu il turno di Marsh di interromperla, con un tono burbero e controllato a stento. "No. Non adesso. Lo vedrai al momento giusto. Dici che Š il tuo ritratto... sŤ, Š vero, ma Š anche qualche altra cosa. Se te lo mostrassi, forse non avresti tanta impazienza. Povero Denis! Dio, che vergogna!" Nel sentire quel tono concitato, mi si secc• improvvisamente la gola. Che cosa aveva voluto dire, Marsh? Poi mi resi conto che aveva smes- so di parlare e che stava rientrando in casa da solo. Si udŤ sbattere la porta d'ingresso, quindi i suoi passi su per le scale. Marceline, che era rimasta sulla veranda, respirava forte, in preda alla collera. Scosso, mi allontanai silenziosamente, consapevole che andavano spiegate ancora molte cose importanti, prima di richiamare Denis a casa. Dopo quella sera, l'atmosfera divenne insopportabile. Marceline, che era abituata a venerazione e devozione, non riusciva a superare lo shock arrecatole dalle dure parole di Marsh. La vita con lei era diventata un inferno perch‚, dopo la partenza di Denis, non c'era pi— freno alla sua arroganza. Se non riusciva a trova- re nessuno con cui prendersela, si recava alla baracca di Sophonisba e restava a parlare per ore con quella stramba vecchia zul—. Zia Sophy era l'unica che la coccolava ed adorava come lei voleva: una volta che mi trovavo lŤ a origliare, udii Marceline parlare di segreh antichi e dello sconosciuto Kadath, mentre la negra si dondolava sulla sedia ascoltan- dola rapita ed emettendo ripetuti grugniti di meraviglia e rispetto. Eppure Marceline non riusciva a soffocare la sua testarda passione per Marsh. Gli faceva il muso e gli rispondeva piccata, ma diventava sempre pi— servizievole nei suoi confronti. Lui era pi— che contento, visto che ormai poteva convincerla a posare per il ritratto tutte le volte che sentiva lo stimolo creativo. Si sforzava di dimostrarsi riconoscente: ma io percepivo una sorta di repulsione, persino di odio, dietro quella maschera di voluta gentilezza. Quanto a me, Marceline mi riusciva in- sopportabile! Non potevo pi— ingannare me stesso, ripetendomi che si trattava di semplice antipatia. Ero lieto che Denis fosse via. Le sue lettere, con mio disappunto rare, rivelavano agitazione e turbamento. All'incirca alla met… di agosto, dai commenti di Marsh compresi che il quadro era quasi terminato. Lui aveva un atteggiamento sempre pi— beffardo, mentre l'umore di Marceline era leggermente migliorato alla prospettiva di poter vedere presto il ritratto che stuzzicava la sua vani- t…. Ancora ricordo il giorno in cui Marsh ci comunic• che mancava soltanto una settimana al completamento del quadro. Marceline era raggiante di felicit…, ma mi fulmin• con uno sguardo micidiale. Ebbi l'impressione che i suoi capelli, che aveva raccolto sul capo, si irrigidis- sero sensibilmente. "Sar• io la prima a vederlo!", grid•. Quindi, rivolgendo un sorrisetto a Marsh, aggiunse: "E, se non mi piacer…, lo distrugger•!". Quando replic•, Marsh assunse un'espressione che sulla sua faccia non avevo mai visto. "Non ti posso assicurare che risponder… ai tuoi gusti, Marceline, ma ti giuro che sar… fantastico! Non pretendo di averne tutto il merito... l'arte si crea da sola... e il dipinto andava fatto. Aspetta e vedrai." Nei giorni seguenti, mi vennero strani presentimenti, come se il com- pletamento del ritratto fosse l'annuncio di un disastro, invece che un sollievo. Inoltre non ricevevo pi— lettere da Denis, e il mio agente di New York mi aveva scritto che intendeva tornare a casa. Che impreve- dibile composto chimico: Marsh e Marceline, Denis ed io! Come avremmo finito per reagire, trovandoci a contatto? Quando le mie an- gosce diventavano tormentose, mi sforzavo di attribuirle alla malattia, ma non era una spiegazione tranquillizzante.Ż 4. ®Successe un giovedŤ, il 26 agosto. Mi ero svegliato alla solita ora ed avevo fatto colazione, ma la colonna vertebrale mi dava delle fitte che rallentavano i miei movimenti. Ultimamente avevo avuto molti dolori i quali, quando diventavano insopportabili, mi costringevano a far ricor- so agli oppiacei. Di sotto non c'era nessun altro, a parte la servit—, ma sentivo i movimenti di Marceline nella sua stanza. Probabilmente Marsh era nell'attico, vicino allo studio, avendo l'abitudine di restare sveglio a letto fino a tardi: di rado lo vedevamo in piedi prima di mez- zogiorno. Verso le dieci non resistetti pi—: assunsi una doppia dose di calmanti e mi stesi sul divano del salotto. L'ultima cosa che sentii furono i passi di Marceline nella stanza sopra alla mia testa. Sciagurata... se solo avessi saputo! Di sicuro pensai che andasse avanti e indietro davanti al grande specchio, per rimirarsi. Era sempre stata cosŤ, vanitosa dal principio alla fine, compiaciuta della propria belleza come si deliziava dei piccoli lussi che Denis poteva darle. Mi ridestai soltanto al crepuscolo, e compresi subito di aver dormito molto in quanto la luce esterna era soffusa e le ombre lunghe. Non si sentiva nessuno, ed incombeva una misteriosa atmosfera. Mi parve di udire da lontano una specie di gemito soffocato ed angoscioso, strana- mente familiare. Non sono uno che d… troppo credito alle premonizio- ni, ma in quel momento provai una tremenda inquietudine. Avevo fat- to sogni anche pi— spaventosi degli incubi che mi avevano atterrito nelle settimane passate, e stavolta sembrava avessero un orrendo lega- me con una medesima, terribile realt…. La casa pareva oppressa da un'atmosfera ammorbante. In seguito ricordai alcuni rumori che il mio cervello addormentato dall'oppio aveva percepito a livello inconscio durante il sonno. In compenso, i dolori erano sopportabili, cosŤ mi alzai e riuscii a camminare. Compresi immediatamente che c'era qualcosa di stonato. Forse Marsh e Marceline erano usciti a cavallo, ma in cucina non si sentiva il minimo rumore di stoviglie nonostante fosse quasi ora di cena. Non c'era che silenzio, un silenzio spezzato soltanto da quel lamento sof- focato, e non venne nessuno quando tirai la corda del vecchio campa- nello per chiamare Scipio. Poi, per caso, sollevai gli occhi, e vidi la macchia che si andava estendendo sul soffitto... una macchia di un rosso vivido, che trasudava con tutta probabilit… dal pavimento della camera di Marceline. Scordando i dolori alla schiena, mi precipitai di sopra, temendo il peggio. Mi venne in mente di tutto, mentre cercavo di aprire la porta enfiata dall'umidit… di quella camera muta, ma la sensazione pi— or- renda era un senso di inesorabile fine, di fatidica ineluttabilit…. Mi resi conto di aver sempre saputo che si stavano per compiere orrori ine- narrabili, che qualcosa di scelleratamente malefico si era annidato nel- la mia casa, qualcosa dalla quale non potevano venire che sangue e scempi. La porta alla fine cedette, facendomi piombare bruscamente nell'am- pia stanza, alla quale grossi alberi cresciuti sotto le finestre rubavano la luce con i loro rami. Per un secondo un insinuante lezzo che mi colpŤ le narici facendomi rabbrividire mi paralizz•. E poi, dopo aver acceso la luce elettrica ed essermi guardato intorno, vidi sul tappeto giallo e azzurro un orrore indicibile. Giaceva con la faccia riversa su una grossa pozza di sangue livido e rappreso, recava sulla schiena nuda l'impronta insanguinata di una scarpa umana. C'era sangue ovunque... sui muri, sui mobili, per terra. A quella vista le ginocchia mi cedettero, e fui costretto a trascinarmi verso una sedia. Il cadavere rivoltante, in origine, doveva essere stato un essere uma- no, ma inizialmente non riuscivo a stabilirne l'identit…, essendo del tutto nudo e privo di capelli, che erano stati strappati dalla testa con assurda violenza. Era stata una chioma corvina, e mi resi conto che doveva-essere quella di Marceline. L'impronta insanguinata lasciata sulla schiena rendeva la scena ancora piu diabolica. Quale scellerata tragedia poteva essersi mai compiuta in quella stanza, mentre io dor- mivo al piano di sotto? Alzando una mano per asciugarmi la fronte madida di sudore, vidi che mi ero sporcato le dita di sangue. Tremai, ma poi pensai di esser- mi macchiato probabilmente con il sangue lasciato dall'ignoto assas- sino sulla maniglia della porta. Doveva aver portato con s‚ l'arma del delitto, in quanto nella stanza non si rinveniva nessun oggetto mortale. Scrutando il pavimento, mi accorsi di un tracciato di orme vischiose che andava dal corpo massacrato alla porta. Si vedevano ulteriori trac- ce di sangue, ma meno chiare: una linea ininterrotta dalla larghezza notevole, che pareva tracciata da un enorme serpente. Inizialmente pensai che 1'omicida si fosse trascinato dietro qualcosa ma, in un se- condo tempo, osservando le orme sovrimpresse alla scia, dovetti pen- sare che la cosa fosse lŤ prima dell'assassino. Ma quale creatura stri- sciante poteva mai trovarsi nella stanza insieme alla vittima ed al suo assassino, andandosene prima di questo, subito dopo l'uccisione? Mentre facevo questa considerazione, mi parve di sentire nuovamente quei lamenti soffocati. Vincendo finalmente la paralisi dello shock che mi aveva bloccato, mi tirai su in piedi, e presi a seguire le impronte. Non immaginavo pro- prio chi potesse essere l'assassino, e non mi spiegavo l'assenza della servit—. Qualcosa mi diceva di salire all'attico, nella stanza di Marsh... quando realizzai che le tracce di sangue portavano esattamente lass—. Era stato lui a uccidere? Gli aveva dato forse di volta il cervello a causa della pressione cui lo sottoponeva quella situazione anormale, facendolo esplodere in un'improvvisa furia omicida? Lungo il corridoio le tracce erano meno chiare; le orme si confonde- vano con il tappeto scuro. Si distingueva ancora, per•, l'enigmatica scia ininterrotta lasciata dall'essere che aveva abbandonato per primo il luogo del delitto: portava direttamente all'uscio dello studio di Marsh. Si infilava al centro sotto la porta chiusa e lŤ scompariva. Pre- sumibilmente la creatura era entrata mentre l'uscio era aperto. Stravolto ed orripilato, abbassai la maniglia e scoprii che la porta non era chiusa a chiave. Aprii, ed indugiai all'ultima luce del giorno, pre- parandomi a qualche nuovo orrore. Sul pavimento vidi una sagoma che mi parve chiaramente umana, ed allungai la mano verso l'interrut- tore per accendere il lampadario. Ma, non appena scatt• la luce, ritrassi fulmineamente lo sguardo dal pavimento e dal suo scempio - quel che restava di Marsh! - per fissar- lo, come un allucinato, sulla creatura che, con gli occhi sbarrati, se ne stava sul limitare della porta aperta che dava nella stanza da letto del pittore. Una creatura scarmigliata, con lo sguardo folle, tutta sporca di sangue rappreso... e che impugnava un machete, solitamente appeso a una parete dello studio. Ma lo riconobbi perfino in quegli istanti di orrore: era una persona che credevo a pi— di mille miglia di distanza. Era mio figlio Denis... o meglio, una specie di folle relitto che una volta era stato mio figlio. La mia persona gli riport• un lampo di coscienza, o almeno un vago riconoscimento. Raddrizz• la schiena, e poi cominci• ad agitare la te- sta, come se volesse far uscire dal cervello una presenza assillante. Non riuscivo ad articolare una parola, ma muovevo la bocca, cercando di emettere qualche suono. Posai per qualche istante lo sguardo sul corpo bocconi sul pavimento, riverso sotto il pesante drappo che co- priva il cavalletto... il corpo al quale conduceva l'enigmatica scia di sangue, e che sembrava stretto tra le spire di una cosa nera, somiglian- te a una corda. Lo spostamento del mio sguardo dovette produrre un qualche effetto sulla mente alienata del mio Denis, perch‚ il ragazzo inizi• a farfugliare qualcosa con voce roca, ed io compresi ben presto le sue parole. "Dovevo farlo... era il demonio stesso! La suprema sacerdotessa di tutte le nefandezze... La figlia degli abissi... Marsh sapeva, ed ha cerca- to di avvertirmi. Il mio buon amico Frank: non sono stato io a uccider- lo, pur se intendevo farlo, prima di capire. Invece sono sceso a uccide- re lei... e poi quei suoi capelli maledetti..." Lo stavo ad ascoltare, orripilato. Denis per un attimo si interruppe, quindi continu•. "Tu non sapevi nulla... Aveva cominciato a scrivermi delle strane let- tere, dalle quali ho capito che si era invaghita di Marsh. Poi aveva smesso di scrivere. Marsh non mi parlava mai di lei, neanche la nomi- nava. Ho sentito che c'era qualcosa di strano, cosŤ ho deciso di tornare per scoprire come stavano realmente le cose. Non te lo potevo far sapere... potevi tradirti involontariamente. Li volevo sorprendere. Sono arrivato oggi con un taxi verso mezzogiorno, ed ho chiesto alla servit— di andarsene... a esclusione dei braccianti, visto che vivono lon- tano. A McCabe ho dato l'incarico di andare a comprare alcune cose a Cape Girardeau, dicendogli che poteva tornare con comodo domani. Ai negri ho detto di farsi portare da Mary a fare una gita in macchina a Bend Village, e gli ho raccontato che noi andavamo fuori e che non ci serviva il loro aiuto. Ho anche suggerito che restassero a dormire dal cugino di zio Scipio, che gestisce una locanda per negri." Denis era di nuovo lucido, ed io cercavo di capire bene tutto quello che diceva. Ebbi di nuovo l'impressione di sentire quegli angosciosi lamenti soffocati, ma ero tutto preso dalla storia di mio figlio. "Ho visto che ti eri addormentato in salotto, ed ho sperato che conti- nuassi a dormire. Quindi sono salito piano piano di sopra, deciso a sorprendere Marsh e... e quella donna!" Ebbe un tremito, aborrendo la sola pronuncia del nome di Marceli- ne. E, nel medesimo istante, sgran• gli ˘cchi al prorompere del lamen- to lontano, che adesso mi sembrava sempre pi— familiare. "Lei non era nella sua stanza, perci• sono andato su nello studio. L'uscio era chiuso, per• si udivano le loro voci. Non ho bussato: sono piombato dentro. E lei Šra lŤ, in posa per il ritratto. Era nuda, coperta soltanto da quei capelli maledetti che le cascavano addosso, e guarda- va Marsh con un'espressione languida. Dal momento che il cavalletto dava le spalle alla porta, non sono riuscito a vedere il dipinto. La mia apparizione improvvisa Š'stata uno shock per entrambi, e a Marsh Š caduto di mano il pennello. Ero furibondo, ed io gli ho chiesto di ve- dere il quadro. Lui ha ritrovato la calma: mi ha detto che non era ancora pronto, ma che entro due giorni lo avrebbe terminato... allora avrebbe potuto mostrarmelo... Lei non lo aveva ancora visto Ma io non mi sono arreso. Sono andato verso il ritratto, e lui l'ha coperto istantaneamente con un drappo di velluto prima che potessi vederlo. Pur di evitarlo, era disposto anche a venire alle mani, ma quella... quella... si Š alzata e ha dato ragione a me, sostenendo che era nostro diritto vederlo. Frank era in preda al panico e, quando ho cer- cato di scoprire il quadro, mi ha assestato un pugno. Io ho risposto, e penso di averlo tramortito. Poco c'Š mancato che perdessi i sensi pure io, quando ho udito il grido di quel... di quell'essere. Aveva rimosso la stoffa, ed aveva visto che cosa stava dipingendo Marsh. Mi sono volta- to istantaneamente, e lei Š corsa via come una furia. Dopo ho visto il dipinto!" Nello sguardo di mio figlio, a quel punto, riapparve il lampo della pazzia, e per un istante ebbi il terrore che volesse aggredirmi con il machete. Invece torn• rapidamente abbastanza in s‚. "Dio... quell'immagine! Non guardarla mai! Dalle fuoco con tutto il drappo, poi getta le ceneri nel fiume! Marsh sapeva... e cercava di avvertirmi. Sapeva che cos'era... che cosa incarnava, in realt…, quella donna... quella belva, o gorgone, o strega, o quel che diavolo era. Cer- cava di mettermi in guardia da lei gi… dai tempi di Parigi, dove l'avevo conosciuta proprio nel suo studio, ma non riusciva a farmi capire. Pen- savo che tutte le strane chiacchiere sul suo conto fossero vili calunnie, e invece il dipinto mi ha svelato il segreto... l'intera, orrenda verit…! Dio, quale genio artistico c'era in Frank! Quel ritratto Š l'opera pi— potente mai realizzata dall'uomo dai tempi di Rembrandt! E un delit- to bruciarlo, ma compiremmo un delitto anche pi— grande se non lo facessimo... cosŤ come sarebbe stato un crimine immondo permettere a quel demonio fatto donna di continuare a vivere! Nello stesso istante in cui ho visto il quadro, ho capito chi era lei, e quale fosse il suo ruolo nell'orrido segreto tramandato dai tempi di Cthulhu e degli Antichi... il segreto che si era quasi dissolto con il crollo di Atlantide, e che invece ha continuato a vivere in credenze misteriche, nei miti allegorici ed in certi occulti riti notturni. Lei era veramente quello che sosteneva di essere: non raccontava fandonie. Magari fosse stata una millantatrice. Lei era l'orribile, antica ombra a cui i filosofi non hanno mai osato dare un nome... La Cosa adombrata nel Necronomicon e simboleggiata dalle gigantesche sculture dell'isola di Pasqua. Lei non pensava che avremmo capito... credeva di poter continuare a ingannarci finch‚ non avesse avuto la nostra anima immortale. E in fondo non si sbagliava... alla fine mi avrebbe vinto. Era in... attesa. Ma con Frank, il mio buon amico Frank, non ce la faceva. Frank sapeva la verit…... e l'ha dipinta. Non c'Š da meravigliarsi se lei abbia gridato e sia fuggita, dopo aver visto il ritratto. Non era ancora completato, ma Dio sa se non era abbastanza. In quell'istante ho avuto la precisa consapevolezza che dovevo ucci- derla... distruggere sia lei, sia tutto quello che aveva una relazione con lei. Il genere umano non Š in grado di sopportare una simile infezione. C'era anche un'altra cosa... se per• bruci il ritratto senza guardarlo, non ne verrai mai a conoscenza. Vacillando, sono andato di sotto, nel- la sua stanza, con questo machete che avevo staccato dal muro, abban- donando Frank che era ancora esanime. Per• respirava, e ho ringra- ziato Dio di non averlo ammazzato. Lei era davanti allo specchio: stava attorcigliando i suoi capelli infer- nali. Voltandosi verso di me come una furia, ha scaricato tutta la sua rabbia contro Marsh. L'aver perso la testa per lui, e in pi— il fatto che io lo sapevo, la imbestialiva. Mi sono sentito bloccato per diversi se- condi, mentre lei mi ipnotizzava lentamente, ma poi ho pensato al ri- tratto, e il sortilegio si Š interrotto. Lei l'ha letto nei miei occhi, cosŤ come doveva aver visto anche il machete. Simile a una belva feroce, si Š lanciata verso di me, tendendo le unghie come un leopardo, ma io l'ho superata in velocit…. Un affondo col machete, e tutto Š finito." Denis aveva di nuovo smesso di parlare, e dalla sua fronte colava copioso il sudore, mescolato al sangue. Ma torn• subito a parlare, con la voce roca. "Era finito tutto, ho detto... e invece no! Quello era solo l'inizio! Sapevo di aver lottato contro le Potenze Infernali; stremato, ho posato il piede sulla schiena dell'essere che avevo appena sconfitto. Ed Š stato in quel momento che ho visto quell'empia treccia di capelli neri iniziare a dimenarsi e drizzarsi. Avrei dovuto saperlo. Le antiche leggende lo dicevano. Quei male- detti capelli non morivano insieme a lei: erano dotati di vita propria. Sapevo che bisognava bruciarli, cosŤ ho iniziato a reciderli con il ma- chete. Una fatica bestiale! Sembravano fili di ferro, tanto erano duri... ma alla fine ce l'ho fatta. La treccia si contorceva e ribellava in manie- ra orripilante alla mia stretta. Quando sono riuscito a recidere - o meglio - a strappare, l'ultimo ciuffo di capelli, ho udito un curioso lamento provenire dal retro della casa. E ancora non si Š fermato. Non saprei dire da dove provenga, per• ha una qualche relazione con questa sporca storia. Presumo che dovrei riconoscerlo, eppure non mi riesce. Mi ha assalito il sistema nervoso dal primo momento che l'ho sentito, tanto da impaurirmi e farmi lasciare la treccia. E poi la paura Š diventata terrore perch‚, un secondo dopo, la treccia mi si Š lanciata addosso tentando di colpirmi, con tutta la cattiveria possibile, con una delle sue punte, che si era arricciata formando una sorta di orrenda testa. Quando ho risposto colpendo con il machete, si Š ritratta. Mentre riprendevo fiato, ho vi- sto quell'intreccio repellente di capelli strisciare per terra come un grosso serpente nero. Sono rimasto paralizzato per diversi secondi, per•, quando l'ho vista infilarsi sotto la porta, ho fatto appello a tutte le mie forze e, vacillan- do, le sono andato dietro. Seguendo la scia di sangue che lasciava come traccia, sono arrivato quass—... e che io sia dannato se non l'ho vista, dall'uscio, avventarsi sullo sventurato Marsh, che era ancora tra- mortito, cosŤ come aveva fatto con me... come un serpente a sonagli inviperito. Quindi gli si Š attorcigliata addosso, come un pitone. Frank stava riprendendo i sensi, ma quel rettile velenoso l'ha immobilizzato con le sue spire prima che lui riuscisse a rialzarsi. Io sapevo che era tutto il livore di quella donna a comandarlo, ma non sono riuscito a staccarlo da Frank. Ci ho provato inutilmente. Non potevo ricorrere al machete: colpendo, avrei massacrato pure Frank. CosŤ ho assistito allo spettacolo di quelle spire che si serravano in una morsa... che maciul- lavano lo sventurato Frank mentre io ero impotente... Nel frattempo, dal prato lontano, continuava ad arrivare quel debole lamento ag- ghiacciante. Ho concluso. Ho rimesso il drappo di velluto sul dipinto, e mi auguro che non venga pi— rimosso. Il quadro deve essere bruciato. Non mi Š riuscito di scrollare di dosso dal corpo di Frank la treccia... gli stava appiccicata come una sanguisuga, e sembrava che non volesse pi— stac- carsi da lui. Come se quel laccio di serpenti provasse uno scellerato amore per l'uomo che aveva ucciso. Dovrai bruciare anche quel di- sgraziato, per liberarci della cosa... ti scongiuro, per•, in nome di Dio, di non scordare che deve essere ridotta in cenere! Sia la treccia che il dipinto devono scomparire. Per la salvezza del mondo!" Credo che Denis volesse aggiungere qualcos'altro, ma fummo inter- rotti da un nuovo scoppio di lamenti soffocati. Mi resi conto di che cosa fosse per la prima volta, grazie al mutare del vento, che ci fece giungere finalmente qualche parola. Avremmo dovuto capirlo molto prima, visto che gi… conoscevamo la fonte di quei suoni. Era la decre- pita Sophonisba, la vecchia zul— che aveva quasi venerato Marceline e che adesso la piangeva nella sua baracca, emettendo degli ululati lugu- bremente intonati a quella tragedia da incubo. Riuscimmo ad afferra- re entrambi alcune parole che mugugnava, e comprendemmo che quella strega era unita da qualche legame oscuro e primordiale all'al- tra menade dei Segreti Antichi che era stata appena distrutta. Da alcu- ne frasi che mugolava, apprendemmo che la vecchia era a conoscenza di sopravvivenze ataviche di culti demoniaci. "Ia! Ia! Shub-Niggurath! Ya-R'lyeh! N'gagi n'bulu bwana m'lolo! Oh, povera Missy Tanit, povera Missy Iside! Padrone Clulu, sali da acque e difendi i tuoi figli... Lei morta! Lei morta! I capelli sono senza signora, Padrone Clulu. Vecchia Sophy, lei sapere! Vecchia Sophy, lei sapere di Pietra Nera vicino Grande Zimbabwe in vecchia Africa! Vecchia Sophy ballare a luna piena intorno pietra-coccodrillo di N'bangus, pri- ma che prendere lei e vendere a uomini di nave! No Tanit! No Iside! No sciamana guardare fuoco acceso di Grande Pietra! Ya, ya! N'gagi 'bulu bwana m'lolo! Ia! Shub-Niggurath! Lei morta! Vecchia Sophy sa- pere!" La donna continuava a lamentarsi, ma io non le detti pi— ascolto. Dallo sguardo di mio figlio compresi che le parole della vecchia gli avevano riportato alla mente qualcosa di orrendo, e il vederlo stringe- re con pi— forza il machete non mi fece presagire niente di buono. Compresi che era disperato, e cercai di togliergli l'arma prima che po- tesse agire. Purtroppo era gi… tardi. Un vecchio malato, con la-colonna vertebra- le offesa, dispone di poca forza: lottai con lui, ma mio figlio si era tolta la vita in pochi secondi. Mi rimane ancora il dubbio che avesse cercato di uccidere anche me. Le ultime parole che udii da lui, alludevano alla necessit… di distruggere tutto ci• che avesse un collegamento con Mar- celine, o per legami di sangue o di matrimonio.Ż 5. ®Se ripenso a quel momento, o ai minuti e alle ore che seguirono, ancora stento a credere di non essere uscito fuori di senno. Sotto i miei occhi c'era il corpo esanime del mio ragazzo, l'unica persona che avessi amato, e alla breve distanza di qualche metro, sotto il ritratto nascosto dal drappo, giaceva il cadavere del suo migliore amico, pri- gioniero delle spire di una cosa abominevole. Al piano di sotto c'era il corpo deturpato di quel demone fatto femmina, sul cui conto ero pronto a credere qualsiasi cosa. Ero troppo frastornato per riflettere lucidamente sulla storia dei capelli ma, anche se non vi avessi creduto, i lugubri lamenti provenienti dalla baracca di Zia Sophy sarebbero ba- stati a dissipare qualunque dubbio. Se avessi avuto del buon senso, avrei seguito alla lettera le istruzioni del mio povero Denis... avrei dato immediatamente alle fiamme, resi- stendo alla curiosit…, il dipinto e la treccia che non voleva lasciare la salma di Marsh... Purtroppo avevo la mente confusa. Restai a lungo a pregare Per mio figlio, o cosŤ credo... poi mi resi conto che il tempo passava e che la servit— sarebbe tornata l'indomani. Ovviamente, non era possibile spiegare l'intera tragedia, perci• era necessario cancella- re tutto e farsi venire in mente qualcosa. La treccia avvolta intorno al cadavere di Marsh era repellente. Mi ripugnava toccarla e, a mano a mano che l'osservavo bene, l'orrore che mi ispirava cresceva. C'era un particolare che mi fece trasalire. Non star• a dire di cosa si trattava: ma aveva a che fare con l'abitudi- ne di Marceline di nutrire i propri capelli con olii molto particolari. Alla fine mi risolsi a trascinare i tre cadaveri in cantina e a inumarli nella calce viva; sapevo di trovarne nella rimessa. Lavorai tutta la not- te come un pazzo. Scavai tre nicchie, ma quella del mio ragazzo la misi un po' pi— lontano, rifiutando l'idea che riposasse accanto a quella donna e ai suoi capelli in'fernali. Purtroppo non riuscii a rimuovere la treccia dallo sventurato Marsh. Trascinarli tutti e tre in cantina mi cost• uno sforzo terribile. Con delle coperte portai gi— la donna e la disgraziata vittima della sua chioma, quindi andai nella rimessa per prendere due barili di calce. Ringrazio il Signore per avermi dato la forza: oltre a riuscire a trasportarli in cantina, ne rovesciai il contenu- to su tutte e tre le fosse senza sentire dolore. Poi usai parte della calce per preparare della tinta bianca, presi una scala a pioli, e ripulii il soffitto del salotto nei punti in cui era colato il sangue di Marceline. Passando nella sua stanza, presi quasi tutto ci• che si trovava all'interno e lo bruciai, quindi lavai le pareti, il pavimen- to e i mobili. I lamenti soffocati della vecchia Sophy nel frattempo continuavano. Doveva essere posseduta dal Demonio, per trovare la forza di urlare ancora. Fortunatamente farfugliava sempre delle frasi strane: i negri che lavoravano i campi non si spaventarono e non tro- varono niente di strano, nei suoi lamenti di quella notte. Sigillai lo studio e nascosi la chiave nella mia stanza, quindi bruciai nel camino gli abiti che avevo macchiato di sangue. All'alba, a prima vista la casa era tornata normale. Non avevo avuto il coraggio di pen- sare al quadro, ma era la prima cosa che avrei fatto in seguito. La servit— rincas• il mattino dopo, e io comunicai che i tre ragazzi si erano recati a St. Louis. Sembrava che i braccianti non si fossero ac- corti di nulla, e la vecchia Sophonisba aveva smesso di lamentarsi sul far del giorno. La strega divenne silenziosa come una sfinge e, dalla sua bocca, non uscŤ mai una sola parola di quello che le era passato per la testa il giorno prima e quella notte. In seguito feci credere a tutti che Denis, Marsh e Marceline avessero deciso di trasferirsi definitivamente a Parigi, e pagai un'agenzia laggi—, assolutamente discreta, perch‚ mi spedisse dalla citt… le lettere scritte da me stesso falsificando la calligrafia. Dovetti mentire e tacere anche con gli amici, e ora la gente s'Š resa conto che ho nascosto qualcosa. Pi— tardi diffusi la notizia che Marsh e Denis erano periti in guerra e che Marceline aveva deciso di entrare in convento. Fortunatamente Marsh non aveva pi— i genitori, e tutti i suoi parenti in Louisiana si - erano allontanati da lui a causa delle sue stranezze. Sarebbe finito tutto l…, se solo avessi avuto la saggezza di bruciare il ritratto e mettere in vendita la piantagione, anzich‚ illudermi di poterla ancora dirigere con la mente definitivamente stravolta ed esaurita. Vede anche lei a che c•sa mi ha condotto l'ottusit…: i raccolti distrutti, i braccianti licenziati, la casa in sfacelo. Ed io sono diventato un solitario, oggetto delle chiacchiere pi— strampalate. Hanno tutti timore, oramai, di venire qui di sera... ed evitano addirittura questo posto di giorno, se gli Š possibile. E per questo che ho capito subito che lei era forestiero. Per quale motivo resto? Non saprei spiegarglielo. E qualcosa che tra- scende la razionalit…. Ma forse le cose sarebbero andate differente- mente, se non avessi ceduto alla curiosit… di vedere il ritratto. Avrei dovuto seguire le raccomandazioni del mio povero Denis. Quando en- trai nello studio, una settimana dopo, ero salito con tutta l'intenzione di bruciarlo, ma prima lo guardai... e questo cambi• tutto. No... non star• a descriverle che cosa vidi. Potr… vederlo con i suoi stessi occhi, in un certo senso, nonostante l'accanirsi del tempo e del- l'umidit…. Non penso che per lei sia nocivo, se avr… il desiderio di guardarlo. Per me, invece, fu diverso: io ero perfettamente conscio del suo significato. Denis non si sbagliava: pur se incompiuto, era il pi— grande capolavo- ro artistico mai realizzato dai tempi di Rembrandt. Ne ebbi la certezza immediata, e compresi l'arte decadente dello sventurato Marsh. Marsh era per la pittura quello che Baudelaire ha rappresentato per la poesia, e tramite Marceline aveva raggiunto la sua massima potenza espressiva. Quando scoprii il quadro, rimasi di stucco... Dopo ne compresi la vera essenza. Non Š un semplice ritratto. Lo stesso Marsh aveva pun- tualizzato che non stava dipingendo soltanto Marceline, ma anche quello che si vedeva mediante lei e al di fuori di lei. SŤ, Marceline era stata ritratta, e in fondo era l'elemento chiave: ma faceva parte di un tutto pi— vasto. Nuda, con l'unica copertura della sua capigliatura infernale, era ritratta in posizione semisdraiata su una specie di lettiga o divano che riproduceva decorazioni molto insolite. Con una mano sosteneva una coppa dalla forma oscena, e da questa colava un liquido il cui colore mi risulta tutt'ora indefinibile. Non rie- sco a capire da dove possa essere venuta quella tinta. La sua figura spiccava in primo piano, sulla sinistra, sullo sfondo pi— bizzarro che abbia mai visto in vita mia. Si aveva la sensazione che fosse la mente della donna a partorire quella scena, e al tempo stesso se ne riportava un'impressione opposta: che la donna, cioŠ, fosse soltanto una proiezione beffarda, una sorta di allucinazione creata dalla scena. Non saprei se fosse raffigurato un interno od un esterno, se quelle maledette gallerie titaniche fossero viste da dentro o da fuori, se fos- sero fatte davvero di pietra o se si trattasse invece di escresc‚nze vege- tali ricoperte di muffa. La prospettiva era sconvolta in un miscuglio di linee rette e angoli ottusi. E, Dio! Quali mostri serpeggiano in quell'eterno crepuscolo inferna- le! Obbrobri che saltellano e sghignazzano in una Sabba di cui la don- na Š la Somma Sacerdotessa! Creature nere e pelose somiglianti a ca- pri... Una bestia a tre zampe con la testa di coccodrillo e i tentacoli sul dorso... ed egipani dal naso piatto che si dimenano al ritmo della dan- za maledetta conosciuta e temuta dai sacerdoti del Nilo! Ma quello non era l'Egitto: era un posto pi— antico perfino di Atlan- tide, della leggendaria Mu, della favolosa Lemuria. Era il luogo d'ori- gine di tutte le nefandezze che ricadono su questo mondo, e il simboli- smo alludeva in maniera anche troppo manifesta che Marceline vi ap- parteneva. Forse era R'lyeh, la citt… innominabile edificata da entit… di altri mondi... l'oggetto dei sussurri nell'ombra di Marsh e Denis. Il dipinto raffigurava una scena sottomarina a grande profondit…, sebbe- ne tutte le creature sembrassero respirare senza problemi. Ero lŤ impietrito a guardare quel quadro da brividi, quando mi resi conto che Marceline mi fissava dalla tela con due occhi enormi e terrifi- canti. Non si trattava di una sciocca impressione: Marsh era riuscito a infondere, in quelle linee e in quei colori, una vita spaventosa. E lei co- vava odio, ti guardava e sprizzava il suo veleno, come se non fosse ve- ramente sepolta laggi— in cantina, inumata nella calce. Ed il peggio arri- v• quando ifith serpenh diquella sua capigliatura degna diEcate iniziarono a sollevarsi dalla tela del quadro allungandosi nella stanza verso di me! In quel momento ebbi la percezione completa dell'orrore supremo, e compresi di essere stato designato per sempre come suo prigioniero e guardiano. Era lei la fonte delle fosche leggende di Medusa e delle Gorgoni, e una parte della mia volont… instabile era stata presa e mu- tata in pietra. Per me non ci sarebbe stata pi— difesa da quella chioma irrequieta... n‚ dai capelli del ritratto, n‚ dalla treccia sepolta nella calce, accanto alle botti del vino. Rammentai troppo tardi che i capelli dei morti non si distruggono mai, neppure dopo centinaia di anni. Da allora vivo nell'incubo e nella prigionia, terrorizzato da quello che si nasconde in cantina. Dopo un mese soltanto, i negri cominciaro- no a mormorare che c'era una grossa serpe nera che si aggirava di notte tra le botti del vino, e che lasciava una traccia curiosa spostando- si a circa due metri di distanza. Dal momento che nessun negro aveva il coraggio di avvicinarsi alla zona battuta dal serpente, fui costretto a ordinare che trasferissero il vino in un altro punto della cantina. Dopo poco tempo si misero a mormorare anche i braccianti, sussur- rando di un serpente che tutte le notti, puntualmente, dopo mezzanot- te, si introduceva nella baracca della vecchia Sophonisba. Uno di loro mi fece vedere il segno che lasciava, e ben presto scoprii che Zia Sophy aveva preso l'abitudine di rimanere a lungo nella cantina, parlic-- chiando per ore e ore nel punto che incuteva tanta paura agli altri negri. Ges—, quale gioia provai alla morte di quella vecchia fattucchie- ra! Presumo che in Africa fosse stata la Sciamana di qualche orribile culto primitivo. Doveva avere quasi centocinquant'anni quando morŤ. A volte, di notte, ho la sensazione di udire qualcosa che striscia den- tro casa. Odo un curios• rumore su per le scale, in un punto in cui le tavole oscillano, e sento sbattere la serratura della mia camera, come se qualcuno cercasse di entrare. Ovviamente mi chiudo dentro tutte le notti. Spesso, la mattina, avverto in corridoio un ributtante lezzo di putrefazione, e per terra scorgo una traccia leggera, apparentemente di corda. So di dover custodire i capelli del quadro... se succedesse loro qualcosa... coloro che si annidano'nella mia casa si vendichereb- bero orrendamente. Non ho neanche il coraggio di uccidermi perch‚ la morte Š la stessa cosa della vita per chi Š prigioniero di quel che venne da R'lyeh. Punirebbero la mia negligenza. Sono schiavo dei ca- pelli di Medusa, e lo sar• per sempre. Non si immischi nell'occulto, non si avvicini all'orrore ultimo, ragazzo mio, se le Š cara la sua anima immortale!Ż 6. Mentre l'anziano gentiluomo terminava la propria narrazione, mi ac- corsi che la lampada pi— piccola si era consumata gi… da tempo, e che la pi— grande stava per spegnersi anch'essa. Mancava poco all'alba, e l'udito mi diceva che la pioggia si era allontanata. Il racconto di quel- l'uomo mi faceva girare la testa, e temevo di guardare la porta per paura di vedere la pressione di una forza oscura. E arduo stabilire che cosa mi avesse scosso maggiormente: il di- sgusto, l'incredulit… o una sorta di assurda morbosit… per il fantastico. Non riuscivo a parlare: dovetti attendere l'intervento del mio anfitrio- ne per rompere quel sortilegio. ®Desidera vedere... la cosa?Ż Me lo aveva chiesto piano, con voce incerta, e io percepii tutta la sua trepidazione. Fu la curiosit… a prevalere su tutta una serie di emozioni contrastanti, cosŤ annuii. Il mio ospite si alz•, accese una candela pre- sa da un tavolo lŤ vicino e la sollev• in alto mentre apriva la porta. ®Mi segua... di sopra.Ż L'idea di dover affrontare di nuovo quegli umidi corridoi mi intimori- va, ma il pensiero di ci• che avrei visto, chet• ogni paura. Le scale scricchiolavano al nostro passaggio e, per un momento, sembrandomi di scorgere nella polvere una traccia sottile, trasalii. Gli scalini dell'ultimo piano erano instabili e scricchiolanti e certi mancavano. Ero lieto di dover stare attento a dove posare i piedi, cosŤ avevo una scusa per non guardarmi intorno. Il corridoio era di un buio pesto e ingombro di ragnatele; la polvere si alzava di un dito da terra, a eccezione di un tracciato che conduceva   una porta in fondo a sini- stra. Quando mi accorsi che stavamo camminando su quello che re- stava di un sontuoso tappeto, pensai ad altri piedi che vi erano passati molti anni prima... e a una cosa priva di piedi. Il gentiluomo si ferm• davanti all'ultima porta, trafficando per qual- che istante con la serratura arrugginita. Ero agitato, perch‚ sapevo che il dipinto era molto vicino, ma ormai non potevo pi— defilarmi. Un secondo dopo, il vecchio mi fece entrare nello studio abbandonato. Anche se la luce della candela era debole, si intravedevano le fattez- ze generali della stanza. Osservai il tetto basso e intagliato, il grande abbaino successivamente allargato, i ninnoli e i trofei appesi ai muri ma, soprattutto, vidi al centro il cavalletto ricoperto dal drappo. Avanzando, de Russy rimosse la stoffa di velluto coperta di polvere, e mi fece cenno in silenzio di andargli vicino. Per assecondarlo mi ci volle tutto il coraggio, specialmente quando, alla luce ondeggiante del- la candela, mi accorsi che i suoi occhi fissavano allucinati il ritratto. Ma la curiosit… ebbe di nuovo il sopravvento: girai intorno al cavallet- to e mi portai accanto a de Russy. E poi, vidi quella cosa infernale! Restai in piedi, anche se i lettori non possono avere idea di quale sforzo mi richiedesse. Urlai, ma smisi immediatamente nel vedere la faccia atterrita del vecchio. La tela, come gi… immaginavo, era incrosta- ta di muffa e sformata dall'umidit… e dal tempo: ciononostante, colsi lo stesso le raccapriccianti allusioni a una perfidia cosmica nel soggetto morboso e nella geometria sconvolta di quella scena inesprimibile. Rispondeva perfettamente alle parole del vecchio: un luogo infernale fatto ad arcate e colonne, una contaminazione di Messe Nere e Sabba delle Streghe... e Dio solo sa cos'altro avrebbe potuto mettervi il pitto- re, se l'avesse completato. Il disfacimento della tela aveva aggiunto una valenza macabra all'orrore supremo espresso mediante il simboli- smo degenerato e le sue allusioni perverse. Le parti pi— consunte dal tempo, infatti, erano proprio quelle che in natura, o piuttosto nel re- gno extra-cosmico - sua beffarda imitazione - sarebbero state soggette al deterioramento e alla putrefazione. Di certo l'abominazione peggiore era Marceline e, quando vidi quella carne enfiata e livida, ebbi come la sensazione che la donna del qua- dro avesse un misterioso legame con la morta sepolta nella calce viva sotto il pavimento della cantina. Poteva darsi che proprio la c…lce avesse preservato il corpo, anzich‚ distruggerlo... ma com'era possibile che potesse conservare quei due perfidi occhi neri che mi scrutavano e mi deridevano da quell'inferno quasi tangibile? E quella creatura aveva in s‚ un'altra cosa che dovetti notare neces- sariamente, una cosa che de Russy non era riuscito a esprimere a pa- role... ma che spiegava forse l'istinto che spingeva Denis a voler ucci- dere tutti quelli del suo sangue che avevano vissuto nella stessa casa insieme a lei. Non saprei dire se Marsh ne fosse cosciente, o se l'aves- se dipinto inconsapevolmente con la sua genialit… artistica, ma Denis e il padre non potevano saperlo, prima di vedere il ritratto. L'orrore massimo era la lunga chioma nera: contornava il corpo de- formato dall'umidit…, eppure non recava neanche la pi— piccola traccia di deterioramento. Quello che avevo sentito era tutto vero. Quella capi- gliatura ondeggiante, per met… untuosa e per met… increspata, nera come un nido di serpi, non era umana. Ogni arricciatura innaturale fremeva di disgustosa vita propria, e l'impressione di miriadi di teste di rettile che si attorcigliavano alla punta di ogni ciocca era troppo forte per essere illusoria o accidentale. Quell'essere ripugnante mi attirava come una calamita. Non potevo resisterle, e cominciavo a capire il mito dello sguardo della Gorgone che tramutava in pietra chiunque la guardasse. In quel momento mi sembr• di vedere un cambiamento. La faccia beffarda si mosse percet- tibilmente, il mento decomposto si abbass•, le tumide labbra ferine scoprirono una fila di micidiali zanne gialle, le pupille degli occhi dia- bolici si dilatarono, i bulbi oculari si sporsero all'infuori. E la chioma... quell'infernale chioma! Le teste di serpente si protendevano aggrovi- gliandosi verso de Russy, fremendo tutte come se stessero per assalirlo! Persi completamente la testa. Senza capire quello che facevo, afferrai la pistola e scaricai dodici proiettili corazzati su quel dipinto raccapric- ciante. La tela esplose, e perfino la cornice cadde dal cavalletto, ab- battendosi con violenza sul pavimento bianco di polvere. Ma adesso che avevo fatto a pezzi quella cosa oscena, mi ritrovavo davanti un nuovo orrore: de Russy che, vedendo il quadro distrutto, lanciava gri- da forsennate, agghiaccianti quasi come il dipinto. Emettendo un urlo inarticolato: ®Cosa ha fatto, mio Dio!Ż, l'uomo mi ghermŤ per un braccio e mi trascin• fuori dallo studio, portandomi gi— per le scale traballanti. Dal terrore gli era caduta di mano la can- dela, ma l'alba era prossima, e dalle finestre polverose filtrava una tenue luce grigiastra. Inciampai diverse volte, ma il mio trascinatore non si fermava neanche per un secondo. ®Corra!Ż, urlava. ®Corra, se le Š cara la vita! Lei non sa che cosa ha fatto! Non le avevo raccontato tutto! Io dovevo fare certe cose... il ritratto mi parlava e me le comunicava. Era mio compito custodirlo e accudirlo... adesso sar… la catastrofe! Lei e quella treccia usciranno dalla loro fossa, solo Iddio sa per fare cosa! Si muova! In nome del cielo, fuggiamo finch‚ siamo in tempo. Pren- da la macchina e mi porti con lei a Cape Girardeau. E probabile che mi ritrovi anche lŤ, o in qualunque altro luogo, ma perlomeno mi dovr… cercare. Andiamocene via... presto!Ż Una volta raggiunto il pianterreno, udii una serie di colpi sordi, pro- venienti dal retro dell'abitazione, e quindi il sussulto di una porta. De Russy, che non aveva sentito i tonfi, al secondo rumore lanci• l'urlo pi— spaventoso mai emesso da gola umana. "Oh, Signore... oh, Dio onnipotente... quella era la porta della canti- na... lei sta per arrivare qui...Ż Nel frattempo, avevo ingaggiato una lotta selvaggia con la serratura arrugginita e i cardini distorti del portone. Ero impazzito quasi quanto il vecchio, ora che mi giungeva un suono di passi lenti che oltrepassavano le camere posteriori di quella casa diabolica. Il legno della porta era sta- to gonfiato da un'intera notte di pioggia, e il portone massiccio opponeva anche pi— resistenza della sera prima, quando l'avevo aperto di forza. In qualche punto della casa, una tavola di legno scricchiol• al passag- giO della creatura che avanzava verso di noi, rubando al vecchio l'ulti- mo lampo di lucidit…. Prorompendo in un muggito da toro infuriato, si liber• di me, si precipit• verso destra e infil• la porta aperta di una stanza che mi sembrava un salotto. Un minuto dopo, mentre io riu- scivo a spalancare il portone per darmela a gambe, risuon• un rumore di vetri rotti, e compresi che de Russy si era gettato da una finestra. Nel momento in cui saltavo gi— dal portico fatiscente, per darmi a una folle corsa sul viale soffocato dalle erbacce, mi parve di sentire il suono morto di quei passi inesorabili, che non stavano seguendo me, ma varcavano invece la porta del polveroso salotto. Mentre correvo disperatamente su quel viale desolato, ferito dai rovi e dagli arbusti, passando tra i tigli morenti e le sagome deformate del- le querce nane nella luminescenza plumbea di una nuvolosa alba di novembre, mi girai solo due volte. La prima fu quando mi arriv• alle narici un odore pungente, che mi fece ripensare alla candela fatta cadere da de Russy sul pavimento dello studio. Avevo quasi raggiunto la strada, e mi trovavo in un punto rialza- to rispettO agli alberi, dal quale si vedeva chiaramente il tetto della casa lontana. Come avevo presagito, dagli abbaini dell'attico si levavano cupe nuvole di fumo, salendo verso un cielo cinereo. Mi sentii grato alle potenze della natura, giubilante all'idea che una maledizione primor- diale stava per essere debellata dal fuoco ed espunta dal creato. Ma, un secondo dopo, mi voltai nuovamente, e vidi altre due cose... due cose che mi annichilirono e mi provocarono lo shock supremo, dal quale non riuscir• mai pi— a riavermi. Ho gi… detto che ero arrivato in un punto rialzato del viale, dal quale si vedeva la piantagione quasi interamente. Oltre alla casa immersa tra gli alberi, potevo vedere an- che buona parte dello spiazzo, desolato e semiallagato, che si trovava davanti al fiume, nonch‚ alcuni gomiti fatti dal viale che avevo appena percorso. E lŤ vidi qualcosa... o cosŤ mi sembr•... che desidererei con tutto il cuore di non avere mai visto. Mi fece voltare per la seconda volta un gemito lontano, e in quel mentre intravvidi qualcosa muoversi sullo spiazzo melmoso a ridosso dell'abitazione. Da cosŤ lontano, le persone erano puntolini, ma mi parve lo stesso di percepire un doppio movimento: una figura che cor- reva e un'altra che la inseguiva. Mi sembr• persino di vedere che la persona perseguitata, con indosso un abito scuro, veniva raggiunta e catturata dall'altra, che era nuda e senza capelli... catturata e trascina- ta brutalmente verso il rogo della casa in fiamme. Per• non vidi la fine della scena, in quanto venni distolto da qualcosa di pi— vicino... una specie di movimento tra gli alberi, in un punto pi— indietro del viale. Inequivocabilmente, erbacce, sterpi e rovi si agitavano come nessun tipo di vento avrebbe potuto far agitare: come se un enorme serpente guizasse al suolo sottraendosi velocemente alla mia caccia. Fu troppo. Corsi all'impazzata verso l'arcata, insensibile ai rovi che mi ferivano e mi strappavano il vestito, e saltai in volata nella macchina che avevo lasciato sotto il grosso albero. Era completamente zuppa, ma l'accensione funzionava ancora, e riuscii subito a metterla in moto. Mi diressi senza riflettere dove indicava il muso della vettura. Non avevo che un pensiero: allontanarmi a tutto gas, finch‚ durava la benzina. Dopo aver percorso circa sei chilometri, un contadino mi chiese un passaggio: era un uomo affabile, di mezza et…, e mi parve molto intelli- gente. Fui ben felice di fermarmi a chiedergli indicazioni, nonostante mi vergognassi un po' del mio aspetto. Il contadino mi indic• la strada per Cape Girardeau, e volle sapere come mai andassi in giro a quell'ora e in quello stato. Sembrandomi pi— prudente raccontare il meno possibile, gli dissi che mi aveva sorpreso la pioggia e che avevo trovato riparo in una fattoria dei din- torni; successivamente, mentre cercavo di ritrovare la mia macchina, mi ero smarrito tra i cespugli. ®Una fattoria, dice? Mi domando quale. Non c'Š una casa abitata oltre Barker's Creek nel raggio di trenta chilometri, dopo quella di Jim Ferris.Ż Sussultai, temendo il delinearsi di un nuovo mistero. Quindi chiesi all'uomo se non aveva per caso scordato la vecchia piantagione, dietro il cui ingresso, qualche chilometro prima, sorgeva una propriet…. ®E curioso che un forestiero ne sappia qualcosa. Ma quella casa or- mai non esiste pi—. E andata bruciata circa sei anni fa... e sul suo conto circolano delle storie cosŤ strane...Ż Mi vennero i brividi. ®Intendete certo dire Riverside... la casa del vecchio de Russy. Si sono verificati degli episodi bizzarri, in quel posto, una ventina d'anni fa. Il figlio aveva sposato una straniera, che certi giudicavano piuttosto stramba. Non era simpatica a nessuno. Poi moglie e marito partirono improvvisamente e, dopo, il vecchio disse che il figlio era caduto in guerra. Tra i negri, per•, correvano certe voci! In seguito dissero che il vecchio s'era invaghito della nuora e aveva ammazzato sia lei che il figlio. Una cosa, comunque, Š certa: in quella casa si aggirava un ser- pente nero, qualunque cosa questo possa significare. E alla fine, all'incirca sei anni fa, il vecchio scomparve e la casa bru- ci•. Secondo qualcuno morŤ nell'incendio pure lui. Un mattino, dopo un temporale durato tutta la notte, esattamente come oggi, risuonaro- no nei campi degli urli tremendi, ed era il vecchio de Russy che grida- va. Tutta la gente interruppe la propria attivit… per guardare, e vide la casa bruciare in un baleno... il legno era secco come un ciocco, pioggia o non pioggia. Il vecchio non Š stato pi— rivisto, ma si dice che ogni tanto rispunta fuori il fantasma di quella grossa serpe nera. Lei che pensa? Mi Š sembrato che conoscesse quella casa! Aveva mai sentito parlare dei de Russy? Che stranezza poteva mai avere la donna sposata dal giovane Denis?'Metteva i brividi a tutti, pure se nessuno ne sapeva spiegare il perch‚.Ż Mi sforzavo di ragionare, ma non ci riuscivo. La casa era andata in fiamme anni prima? Se era cosŤ, dove, e in quali frangenti, avevo pas- sato la notte? E perch‚ ero-a conoscenza delle cose che sapevo? Men- tre cercavo di riflettere, mi accorsi di avere un capello sulla manica della giacca... un capello corto e grigio, appartenente ad un vecchio. Continuai a guidare senza scoprirmi. Commentai, per•, che quelle chiacchiere incolpavano ingiustamente lo sventurato gentiluomo, che aveva passato tanti guai. Quindi spiegai, come se l'avessi saputo con certezza da amici al corrente della verit…, che se qualcuno era la causa di tutte le disgrazie di Riverside, quella era la ragazza, Marceline. Non era riuscita ad adeguarsi alla vita del Missouri, e Denis avrebbe fatto meglio a non sposarla. Non aggiunsi altro, poich‚ sapevo dentro di me che i de Russy, cosŤ attaccati al rispetto dell'onore e cosŤ squisiti, non avrebbero gradito che dicessi di pi—. Sa il Cielo se non avevano gi… patito troppe pene, per vedere anche infangare il loro antico nome da quel diavolo uscito dall'inferno, da quella Gorgone uscita dagli orrori del mito. E non trovavo onesto rivelare ai vicini quell'altra atrocit… che il mio eccentrico ospite di quella notte non aveva avuto il cuore di svelarmi... l'orrore alla cui comprensione era giunto nel mio stesso modo, osser- vando cioŠ i particolari pi— minuti della scomparsa opera d'arte di Frank Marsh. Sarebbe stato terribile s‚ quella gente avesse mai saputo che la futura padrona di Riverside, la Gorgone, la strega malefica la cui orrenda treccia di serpi si aggira ancora in quella casa, avvolgendosi come un vampiro intorno alle ossa del pittore che giace nella fossa dietro uno strato di calce, sotto le macerie del rogo, era impercettibilmente, sot- tilmente, ma senza alcun dubbio, figlia degli originari abitatori dello Zimbabwe. Nessuna meraviglia che andasse tanto d'accordo con la vecchia Sophonisba... Perch‚, anche se solo in parte, Marceline era una negra.